Disney, demiurgo di sogni

Mettiamola così. Ho 1860 difetti, li ho contati, giuro, roba che se mi dovessero mettere un punto di inchiostro sulla pelle per ogni mio sbaglio sarei la volta celeste o giù di lì.
Quando gliel’ho detto, dei 1860, mi ha detto che lui in realtà ne aveva contati per me 1861, ma lo scoprire il 1861esimo ci sembrava tempo sottratto ai sensi, e ci abbiamo rinunciato.

A cura di Arianna Mariolini

Ho un amante alla latina e le cose che abbiamo in comune sono 4850, le conto da sempre anche se non siamo tutti e due degli anni 90. Abbiamo due mani, due gambe, due piedi, due orecchie ed un solo cervello, soltanto lo sguardo non è proprio uguale perché il mio è normale ma il suo è troppo bello.
E ho una lista lunga lunga di tutte le cose che vorrei fare nella vita, almeno almeno prima di morire, robe che ne dovrebbero valere la pena.
Tra queste c’è la quieta normalità del viver borghese che forse potrei indossare.
La seconda, scrivere un Barnum sul cinema senza saperne assolutamente nulla.
La terza, informarmi sul cinema. Forse avrei dovuto invertire le due cose, ne sono consapevole, tuttavia spero forzatamente che la bellezza dell’ingenuità pura mi permetterà di scrivere facendo questo cammino con voi, scavando tra le conoscenze un po’ strane e lievi della mia mente, per poi filarle, ordinarle e percorrerle gradino dopo gradino, facendone viaggio.

Piccolo, modesto e breve, ma non sempre i viaggi più importanti ci portano nel cuore delle cose. A volte, se siamo fortunati, ci innamoriamo sfiorando la polvere delle superfici.
L’idea è di regalarvi un pacchetto viaggio del genere.
Questo e non il resto è aspettativa grezza.

Quel poco che si del cinema lo so grazie a Walt Disney, va detto. Il che è geniale. Walt Disney dico. Personaggio che mi riporta vagamente all’idea dell’arte moderna e concettuale. Ti vedi una sedia in una stanza e quella ha la pretesa di essere arte, roba che tu “il mio falegname con 3000 lire la faceva meglio”. Può darsi, non lo metto in dubbio, e nemmeno mi schiero a difesa di questa tipologia di arte, ma il punto è: potevi anche tu e anche meglio, ma non l’hai fatto. Labile confine terrificante. Stessa cosa per Disney: ha visto un topo e l’ha trasformato in un mondo.

 

La vicenda ha di leggenda, il che basta a renderlo realtà con le tinte d’acquarello, ma quelle giuste. Pastello, dico,
In viaggio su un treno da New York a Los Angeles Walt abbozza un personaggio ispirato a Oswald (il coniglio), ma senza orecchie a penzoloni, e quindi più facile da disegnare. Aggiungendo più tardi a matita orecchie tonde e una semplice coda crea un personaggio più simile a un topo: era nato Mortimer Mouse. Poi passato alla storia come Mickey. Il tutto mentre, su quel vagone di una classe qualunque perché Disney era ancora solo un ignoto o quasi, si vide un topo sgattaiolare in quello che era un treno lurido, ma che divenne al fine idea. Ub Iwerks in seguito avrebbe solo leggermente rielaborato il personaggio per giungere al risultato definitivo a tutti ormai noto. La verità però sembra discostarsi dalla leggenda: sembra che Walt elabori la personalità del personaggio mentre Ub ne sviluppi l’aspetto fisico.
Sta di fatto, c’è da dirlo, che la moglie di Disney non prese bene tutta sta faccenda. Non è che a tutti farebbe piacere vedere il proprio marito sperperare i risparmi di una vita rincorrendo bozze di un topo.
Ma aveva della follia, e non osò quindi fermarlo.

Ma topo a parte, che gli costò fama e un capitale guadagnato, è un’altra quella che i più definiscono “la pazzia di Walt Disney”: Biancaneve e i sette nani, il primo di una lunga serie di capolavori.

 

La pazzia di DIsney. Così la definì gran parte dell’industria cinematografica quando venne a sapere dei progetti di Disney, ossia produrre un lungometraggio animato su Biancaneve, convintissimi che il progetto avrebbe portato al fallimento, incapaci di pensare a quel nascituro come un futuro classico d’animazione. I suoi più stretti collaboratori cercarono quindi di convincere Walt a rinunciare al progetto, ma lui non osò ascoltarli, continuando a seguire la propria idea.
O sogno, che dir si voglia.

Biancaneve e i sette nani è il titolo scelto per il film ed è in piena produzione dal 1935 fino all’estate del 1937, quando gli studi sono a corto di denaro. Per trovare i finanziamenti necessari per concludere Biancaneve, Disney deve mostrare un estratto non terminato del film ai responsabili finanziari della Bank of America, riuscendo al fine ad ottenere i fondi necessari, non senza rinunciare alle critiche di sottofondo per aver osato tanto.
Ancor di più di quel topo, che invece aveva tanto potuto rispetto a una principessa dalla nivea pelle e dalle sanguigne labbra.

Il film completo debutta ad Hollywood il 21 dicembre 1937. La proiezione termina con una standing ovation del pubblico ed un sorriso beffardo sotto i baffi, senza il pudore di accennarlo ma con la brama di distenderlo. Da destra a sinistra, 32 fossette, Walt Disney vince ed incassa con topo e Principessa. E nani, c’è da dirlo.

Diventa il più redditizio del 1938 ed incassa più di otto milioni di dollari del tempo (98 milioni di dollari oggi) quando fu originalmente proiettato. Il successo di Biancaneve permette a Disney di costruire a Burbank un nuovo complesso modellato su quello che era il campus universitario per ospitare i Walt Disney Studios, che aprono la vigilia di Natale, 1939.

Quello che è un’iperbole in picchiata conosce un picco deludente con Pinocchio, tratto dalla fiaba del nostro Collodi e utilizzato dal Disney per la nuova pellicola.
1940: approda con Fantasia, pellicola che gioca sulla potenza di un’orchestra, ma entrambi i cartoni sono deludenti dal punto di vista finanziario (Pinocchio è costato il doppio di Biancaneve). Uscito il 7 febbraio in America, Pinocchio riceve un’ottima accoglienza del pubblico, ma l’Europa in guerra non può far guadagnare Disney e le pressioni finanziarie sul mercato statunitense riducono ancora di più i guadagni. Fantasia, proiettato il 13 novembre permette principalmente il riconoscimento artistico del lavoro degli studi di Disney.

La guerra, che sembra tanto lontana da quel mondo, vi esplode dentro senza quiete: è il 1941 quando Disney è contattato dal dipartimento di Stato rappresentare gli Stati Uniti in America Latina e per «lottare contro il nazismo». Disney non apprezza l’idea di compiere un viaggio diplomatico, né tanto meno di effettuare un lavoro di propaganda politica. Tuttavia nella crisi conseguente alla guerra accetta per occupare i propri artisti e trovare nuove fonti d’ispirazione.

Parallelamente nel 1941 Walt decide di partecipare allo sforzo bellico e realizza un cortometraggio istruttivo per mostrare ai neoassunti delle aziende i metodi di ribaditura degli aerei: si tratta di Four Methods of Flush Rivetting, a lungo considerato in realtà top secret. Al contempo, molti reggimenti o squadriglie statunitensi chiedono agli studi di produrre dei distintivi con i personaggi Disney.

Si prevede che il nuovo film in porto realizzato con un limitato budget per i ricorrenti motivi, Dumbo, dovrà far guadagnare molto, ma durante la produzione la maggior parte di coloro che lavorano al cartone avanzano rivendicazioni, soprattutto relative alle condizioni del rapporto tra Disney e i suoi artisti. Si tratta del primo sciopero degli studi.
La pellicola si rivelerà essere un vero e proprio redditizio successo, ma gli Stati Uniti entrano in guerra. L’esercito statunitense requisisce la maggior parte degli edifici degli studi Disney e chiede ai dipendenti Disney di creare film d’intrattenimento e d’istruzione per i militari, nonché film di propaganda come Der Fuehrer’s Face o il lungometraggio Victory Through Air Power, entrambi usciti nel 1943.

 

I film militari fanno guadagnare poco e Bambi, cartone commovente che ripercorre la vita e le segrete tragedie umanizzate di un piccolo cervo, ha un discreto successo ma non riesce a rientrare immediatamente delle spese. Disney fa uscire ancora nelle sale con successo Biancaneve nel 1944, inaugurando la tradizione delle riedizioni, ogni sette anni, dei film Disney negli Stati Uniti.

E’ il 1947 quando durante i primi anni della Guerra fredda Walt Disney deve comparire davanti alla Camera del Comitato delle Attività Non-Americane per denunciare molti suoi dipendenti come simpatizzanti comunisti. Storici principalmente ritengono che si tratti solo di animosità che risale agli scioperi del 1941 : il malcontento e la diffidenza di Disney nei confronti dei sindacati possono aver contribuito alle sue testimonianze.

L’ipotesi che Disney avesse simpatie filocomuniste, avanzata dopo un’errata lettura di dati da parte dell’FBI si è rivelata inconsistente: fu vicino nei suoi primi anni di attività al partito democratico ed all’amministrazioneRoosvelt, spostandosi poi verso il partito repibblicano.

Una serie di gravi accuse contro Walt Disney, tra cui quelle di essere stato antisemita, simpatizzante nazista e agente in incognito dell’FBI, furono raccolte e divulgate da un biografo di Disney nel 1993 in un libro che ebbe larga eco. Tali accuse furono tutte smentite da familiari, ex collaboratori di Disney ed ex agenti dell’FBI in un ampio e circostanziato dossier, destinato alla difesa legale della memoria di Walt Disney, preparato dalla moglie e dalla figlia di lui e rimasto finora inedito.
In effetti Disney fu a lungo oggetto di chiacchiere che lo ritraevano come un antisemita durante la sua vita, a cominciare soprattutto dal 1938, quando accolse a Hollywood la regista tedesca e propagandista nazista Leni Riefenstahl per promuovere il suo film Olympia. Anche dopo che gli statunitensi vennero a conoscenza della Notte dei cristalli, Disney, a differenza degli altri studio, non ritirò il suo invito.

In un’intervista alla CBS, Gabler, biografo di Disney, sintetizzò così le sue scoperte:

« È una delle domande che tutti mi chiedono… La mia risposta a ciò è: non nel senso convenzionale a cui uno possa pensare di un antisemita. Ma si fece questa nomea perché, negli anni quaranta, si lasciò coinvolgere da un gruppo chiamato “Motion Picture Alliance for the Preservation of American Ideals” (Alleanza Cinematografica per la Preservazione degli Ideali Americani), che era un’organizzazione antisemita e anticomunista. E sebbene Walt di per sé, a mio parere, non fosse un antisemita, cionondimeno, si fece alleato di persone che lo erano, e quella reputazione gli rimase appiccicata. Non fu mai in grado di liberarsene per tutta la sua vita.»

 

Walt Disney, demiurgo di un mondo fantastico e sublime, morì il 15 dicembre del 1966 alle 9.30 per un tumore ai polmoni, lasciando una frase a molte persona proprio lì, sulla punta delle labbra.
Da oggi il mondo è un poco più povero.

Ma tanto, tanto pieno di ricchezze, con quei paesi di meraviglie…

 

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