Un Amleto al cinema

A cura di Mattia Geraci

Essere o non essere? Questo è il problema.” Un semplice, ma potente soliloquio, che scandisce in modo diretto tutto lo spirito di una delle tragedie teatrali più famose della storia: si parla di Amleto, testo teatrale scritto dalla prolifica mano di William Shakespeare, un autore che ha fatto dei tormenti e delle passioni umane il suo punto forte.

Shakespeare

Le opere di Shakespeare mettono in luce le pure contraddizioni dell’essere umano, in continua lotta tra il bene e il male, tra la luce e l’oscurità, tra la virtù e la passione. Bramosi di potere o vendetta, i personaggi dei suoi testi teatrali cadono spesso nelle braccia della morte, come se l’autore volesse dire che tanto, con ogni scelta che si prende, quello sarà il fine ultimo dell’uomo. Si possono citare moltissime delle sue opere per farne un esempio, ma basterebbe Amleto per definire bene tutti questi argomenti: il protagonista – che prende il nome del testo – è divorato da una profonda sete di vendetta contro lo zio Giorgio. Quest’ultimo uccise il padre di Amleto, ex re della Danimarca, per salire al trono e sposare la madre dello stesso Amleto, la principessa Gertrude. Agli occhi del protagonista tutto questo appare ipocrita e immorale, al tal punto da venir completamente sottomesso da un senso di vendetta, soprattutto nel momento in cui il padre, manifestandosi sotto forma di fantasma, gli rivela la verità. In tutto questo, Amleto è un personaggio che sa qualcosa, che va oltre le illusioni, oltre le evidenze, e per questo viene considerato pazzo. Un personaggio perfettamente coerente con i tempi in cui la tragedia è stata scritta, tempi in cui la rivoluzione puritana e la venuta della borghesia distrussero i rapporti sociali, economici e religiosi creati dalla regina Elisabetta, definendo la fine di un modo di pensiero ancora medievale e la venuta dell’età moderna, dell’epoca di Cartesio, in cui l’uomo mette in discussione ogni cosa, persino se stesso.

La messa in scena di Amleto ha una grossa tradizione alle sue spalle, che arriva a toccare personaggi come Edward Gordon Craig, Konstantin Stanislavskij, Edmund Kean e Sarah Bernhardt. Ma, come il teatro, anche il cinema ha avuto i suoi grandi Amleto.

Amleto ha toccato il territorio del cinema sin dai primi film muti. Basta prendere in esame l’Amleto del 1921, diretto da Svend Gade e Heinz Schall. Stilisticamente parlando, il film ha molte caratteristiche dei lavori cinematografici di quel tempo e, senza ombra di dubbio, mostra esplicitamente l’influenza dello stile di Griffith che, con Nascita di una nazione e Intolerance creò, in quegli anni, un tipo di montaggio che stabilì definitivamente la narrazione cinematografica classica, che si basa sull’unire più scene tra di loro, in modo tale da creare il racconto filmico – questa prassi è nota come “modo di rappresentazione istituzionale” (MRI), dove più inquadrature agiscono nella costruzione di un film. Ad esso si contrappone il “modo di rappresentazione primitivo” (MRP), in cui l’azione si costruiva attorno ad una sola inquadratura fissa, caratteristica tipica dei primissimi film muti di George Méliès o dei fratelli Lumière. Particolarità del film è che Amleto sia interpretato da una donna, dall’attrice danese Asta Nielsen. Questa prassi dell’attribuire al protagonista un’interprete femminile non era una novità: una delle prime donne a recitare la parte fu Charlotte Charke, nota attrice “travestita” vissuta dal 1713 al 1760, incline ad interpretare ruoli maschili. Nel cinema, però, la Nielsen non fu la prima donna a convertire Amleto in pellicola, dato che Sarah Bernhardt, famosissima attrice teatrale, interpretò Amleto in un cortometraggio muto di due minuti intitolato Il duello di Amleto, diretto da Clément Maurice, che fu, d’altronde, il primo adattamento della tragedia shakesperiana nella storia del cinema.

Title: HAMLET (1920) ¥ Pers: NIELSEN, ASTA ¥ Year: 1920 ¥ Dir: GADE, SVEN / SCHALL, HEINZ ¥ Ref: HAM019AC ¥ Credit: [ ARTFILM A.B. / THE KOBAL COLLECTION ]
Una svolta decisiva all’Amleto cinematografico la si troverà anni dopo, nel 1948, con la versione di Laurence Olivier. Grande attore di teatro, uno dei migliori del XX secolo, mise in scena la tragedia con dei particolari innovativi, come l’uso del sonoro. Con gli sviluppi cinematografici del comparto audio, messi in atto negli anni ‘20 – definiti nel 1927 con l’uscita de Il cantante di jazz di Alan Crosland – Olivier non perde l’occasione per imprimere nel suo Amleto parole vere e proprie. Grazie a ciò, fu il primo ad accentuare il carattere psicologico del personaggio col monologo in voice over. Con il sonoro la tragedia poteva essere finalmente recitata a pieno – cinematograficamente parlando – e, in questo film, Olivier veste proprio i panni di Amleto, offrendo un’interpretazione che gli valse un Oscar sia per il miglior attore protagonista, che per il miglior film. Era la prima volta che capitò una cosa simile. Roberto Benigni riuscì di nuovo nell’intento con La vita è bella nel 1997.

Col sonoro, la possibilità teatrale della tragedia aumentò drasticamente, assieme alla possibilità di catturare meglio la psicologia dei personaggi, offrendo un grande salto in avanti rispetto alle opere del periodo muto. Ma non fu solo il sonoro ad aumentare tale possibilità: Olivier era cosciente del mezzo che stava usando. Non era a teatro, ma su un set cinematografico. Nel corso dell’Amleto del regista britannico vi sono lunghi movimenti di macchina che accompagnano gli attori, lasciandoli recitare spesso in un’unica inquadratura, una fotografia onirica e una scenografia impeccabile – il film vinse anche l’Oscar per la miglior scenografia e quello per i miglior costumi – che contribuì a creare l’atmosfera del film. Infatti, da questi particolari, si possono delineare alcune influenze del film. Uno su tutti, Orson Welles: il film è pieno di long take che riprendono i personaggi e molte profondità di campo che mettono in primo piano gli interpreti, e si consideri anche l’uso di inquadrature in cui i soggetti sono “schiacciati” dall’ambiente circostante che amplifica i loro sentimenti negativi. Tutti dettagli riscontrabili anche in Quarto potere di Welles, stessa cosa per la fotografia ben curata che, oltre tutto, ha grandi richiami del cinema dell’espressionismo tedesco di Friedrich Murnau e Fritz Lang. Riguardo a questi, si pensi al momento in cui lo spettro del padre di Amleto appare, lasciando su di se una fitta nebbia soffocante. Un momento totalmente horror, dato anche dall’uso della voce dello spettro, che non è altro che la voce di Olivier, ma modificata e resa robotica, mostruosa.

Nonostante il film di Olivier sia considerato da molti un capolavoro, nonché un grande momento nello sviluppo di Amleto nel cinema, esso ha comunque ricevuto pesanti critiche per quanto riguarda la scelta del regista/sceneggiatore di tagliare alcuni particolari fondamentali della tragedia, come la vicenda di Fortebraccio e i due consiglieri Rosencrantz e Guildenstern, in modo tale da offrire una durata meno pesante del dramma. Molti adattamenti di Amleto risentono di questa soluzione, messa in atto per favorire una visione più leggera. Anche l’Amleto di Franco Zeffirelli, del 1990, risente di questa cosa, dato che anche qui Fortebraccio è stato escluso, assieme ad alcuni dialoghi e monologhi fondamentali, completamente accantonati. Perciò, sorge spontanea una domanda: è possibile filmare la tragedia in modo integrale, conservandone tutti i particolari e i passaggi fondamentali del testo, assieme all’intensità emotiva, senza annoiare lo spettatore? Kenneth Branagh ci ha provato nel 1996.

L’Amleto diretto da Branagh dura ben quattro ore, ma non bisogna aver paura di fronte a tale numero, perché il film in sé si mostra come un’opera ben organizzata e tecnicamente impeccabile, con un cast stellare – per dire, vi sono Robin Williams e Gerard Depardieu in dei ruoli molto marginali – e una scenografia imponente – molte scene vennero girate nel Blenheim Palace, in Inghilterra – tali da conferire all’adattamento uno spirito nobile, teatrale e pieno di vita. Nel corso del film è mantenuta molto la coerenza col testo originale, cambiando, però, la prospettiva riguardo al personaggio di Amleto: se si osserva il film di Olivier del 1948, ad esempio, si può notare la cupa atmosfera presente nel lungometraggio che, non fu resa soltanto con la fotografia, ma anche con l’uso delle musiche, che resero Amleto tormentato e inquieto. Nel film di Branagh, invece, anche nei soliloqui più cupi di Amleto, le canzoni di sottofondo sono delle fanfare luminose e allegre, che contribuiscono a dare luce ai sentimenti del personaggio, come se si volesse dare nobiltà a tutti i tormenti dell’uomo, sia positivi che negativi. Oltre a ciò, Branagh deve molto a Olivier riguardo l’uso del voice over, che contribuisce sempre a rendere la psicologia dei personaggi.

Al di la del perfetto adattamento di Branagh, c’è da considerare il fatto che Amleto, nel cinema, sia stato usato anche i modi rivisitati o completamente lontani dalla tragedia stessa: Hamlet 2000 di Michael Almereyda butta il protagonista del testo in un mondo più moderno, mostrando comunque una certa fedeltà nei confronti del testo. Il contemplativo Amleto si mette in affari di Aki Kaurismaki, il caos visivo di Un Amleto in meno di Carmelo Bene e, addirittura, Rosencrantz e Guildenstern sono morti di Tom Stoppard, dove i protagonisti sono questi due personaggi della tragedia. Ma, al di la di tutte le variazioni sul tema, e di tutti i fedeli adattamenti, c’è sempre una costante nei film su Amleto che non cambia mai: la manifestazione dei tormenti e delle passioni dell’uomo, cosa a cui Shakespeare tenne moltissimo.

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