Tutto l’amore che c’è

Mi chiederebbero i vecchi amanti appassiti di primavere che hai tu, da metterti come fiore all’occhiello.
Che ha lui, io che t’amavo tanto, che ha lui, chè i suoi di capelli non son rovi, tu che sei rosa che c’entri, che ha lui tu che ti perdevi nelle tinte fosche e ti ritrovi in un campo di grano nel maggio primaverile?
Perchè lui se vivere è così facile come a te non piace, te che vuoi guerra e tagli, che hanno i tuoi polsi così bianchi, ora, mica starai guarendo, io che ho fatto di tutto e tu che ti pascevi delle tenebre e non vi rinunciavi, che ha fatto lui, mica starai guarendo, mica

Vecchi amanti, appassiti di primavere

L’ho osservato una notte che dormiva, ve lo dico per potervi rispondere, l’ho osservato ed era la cosa più bella che potesse mai accadermi di notte, l’ho fatto per poterci spiegare. La gente dovrebbe farlo più spesso, anzichè dormire. Fermarsi davanti a chi ama, dico, e fissarlo senza persistenza ma con una sorta di stoica dignità piena di garbo, giusto per scoprire tutti quei nei che ancora non conoscevate, la voglia a forma di lentiggini spruzzata sulla faccia come la rivoluzione del crollo della borsa a New York, anche se rivoluzione non è il termine che stavo cercando.
Bisognerebbe poi inventarne, di termini, per descrivere uno come te, ora che osservo le tue cicatrici al buio.
Va detto, l’ho detto, per poterci spiegare.
Va detto, perchè poi un giorno farò come un Aureliano vecchio d’anni in un Màrquez qualunque, ti prenderò per la vita e ti straccerò ogni vestaglia, ti terrò come un vaso di begonie e mi affaccerò sopra l’abisso di una nudità appena lavata che non avrà una sfumatura di pelle, nè un’ombra di peluria, nè un neo recondito che io non avrò immaginato nelle tenebre di altre stanze. E forse anche tu sapresti di me ogni poro e luna storta, forse anche tu avrai osservato me mentre dormo, o magari mentre studio o ti mando affanculo-serve anche quello, te l’ho mai detto?
O quando decido di fare l’amore-come sono belle le donne quando decidono di fare l’amore tra poco.
Mi piacerebbe dare delle risposte agli amanti appassiti delle primavere di quando ero piccola, e mentre cerco di dare soluzioni cercando una concentrazione che vada al di là del caldo torrenziale della tua pelle ecco che non trovo altra risposta tanto spontanea come il fatto che la tua pelle è di una violenza e di un’indecenza inaudita, e mi verrebbe da esporla nei musei perchè è pelle che va violentata di sguardi più e più volte e più e
Mi verrebbe voglia di coprirla con le coltri, perchè è bianca e si farebbe male con tutti quei pugni di passioni tacite, perchè più mia che tua, e la desacralizzo io.
Esiste desacralizzare? Gli amanti appassiti scuotono la testa, che c’hai trovato?
E se lo volete sapere vi dirò allora la storia del grano, non gliel’ho mai detta, ma gliel’ho promesso, sapete, un giorno, sai, ti racconterò la storia del grano.

E chissà se poi mi ascolterai, tu che ti distrai per colpa dei capelli che hanno la forma della vite, dici, per colpa che sei scemo, dico. Chissà se presterai attenzione, tu che inciampi in un niente ma sei padrone delle misure, perchè sapresti che c’erano una volpe ed un principe. Il principe era piccolo, scopriresti, e aveva dei bellissimi capelli color del grano che biondeggia. Incontrò la volpe, che gli chiese di addomesticarla.
Cosa vuol dire addomesticare, chiede lui, perchè ha sei anni e sei è l’età della scoperta. Arrossisce spesso come te, mi verrebbe da dire, e tutte quelle macchie di grano diventano un nulla sotto le coltri di papaveri.
Addomesticare, dice la volpe, vuol dire creare legami speciali con qualcuno, creare quel qualcosa per cui gli altri, vedendoci da fuori, potrebbero dire “ecco, li vedi, quei due, sempre, quei due.”
“E’ difficile addomesticare?”
Ci vuole tempo, dice la volpe. Vieni tutti i giorni alle 16, perchè dalle 15 inizierò a prepararmi il cuore alla felicità. Vieni tutti i giorni col tuo passo, io lo distinguerò tra mille- ti distinguerei tra mille per il tuo solo modo di camminare– e uscirò dalla tana, mentre gli altri mi faranno nascondere tra i fogliami e le coltri terrose.

Fu così- ascoltami, non perderti, sono le viti dei tuoi capelli, dici tu, è che sei scemo, dico io- che il piccolo principe addomesticò la volpe. Erano inseparabili, quei due, era amore, erano due, la gente li vedeva e quei due, quei due. E’ difficile da spiegare, potresti non capire, e allora io avrei scelto male il cuore.
(Non scegliamo le nostre ferite, ma possiamo scegleire chi ci ferirà).
Arrivò però un giorno il cui il piccolo principe dovette partire. Storia lunga, non sto qui a dirti, prossima volta chè già ti stai distraendo succhiando i polpastrelli delle mie dita.
La volpe pianse molto, accadde questo, pianse tanto che il principe le disse:
“Ecco, lo sapevo, lo sapevi che sarei dovuto partire, sapevamo che addomesticandoti ti avrei inevitabilmente ferito, stupida, perchè hai voluto che accadesse?”
Il vento passava tra le spighe di grano. Alla volpe il grano non ricordava nulla, prima, era senza un qualche significato. Ma lui aveva i capelli così, color del grano.
“Il grano non mi ricordava nulla, prima di te. Ma tu hai i capelli color del grano. E amerò il rumore del vento nel grano.

“Cosa ci hai guadagnato?”
“Ci guadagno” disse la volpe “il rumore del vento nel grano”.

Ecco, magari per spiegarci userei sta storia del grano. Che magari tu nemmeno capiresti, ma mi piacerebbe che avvenisse il contrario esatto, mi piacerebbe vederti arrossire-arrossiresti mai se ti dicessi che ti amo mentre mi afferri i polsi, chè i tuoi finalmente sono forti?
Gli amanti precoci capirebbero, e ne cadrebbero al suolo.
Capirebbero anche che una donna labirintica come me non può essere salvata, ma che un uomo labirintico come te non ha bisogno di niente se non della sua Arianna.
Magari il tuo essere labirintico questo, beh, questo no, non lo vedrebbero, l’ho visto solo io e forse è questo il motivo per cui effettivamente e inevitabilmente, allora,

tu.


Ecco, sì, direi così. Loro che mi assecondavano nei miei dolori, e loro che mi decantavano con cetre chich intonando versi di retorica, loro che perdevano ogni tinta per colorarsi di me, loro che sembravano assuefatti dalla polvere delle mie nocche per poi tagliami e farmi a pezzi quando meno me lo aspettavo.
Tu che sembri tanto semplice, tanto banale quasi, tanto scontato, e che ti fai invece compleso svoltato l’angolo della tua bocca. Tu che mi sfuggi e mi distruggi senza badarvici, e mentre già i polsi iniziano il tremore e l’impallidire tu mi baci forte per farmi arrossire. Tu che non ti impressioni per una mancanza sussurrata, perchè che mi manchi lo sai, e allora non rispondi nulla, per cattiveria dico io, perchè conosco noi dici tu. Tu che quando ormai sei di marmo mi baci in ascensore al quarto piano per aumentare i battiti, chè siamo arrivati. Tu che diventi tenero, io che allora ti sfuggo per paura e per ripicca, giusto per non darti soddisfazioni che più e più volte prendi. Noi che ci studiamo.

Noi amanti impossibili.
Io ragazzina anormale, tu uomo anormale, almeno secondo i canoni ipocriti di questa civiltà.
Io innamorata della morte, tu innamorato della vita.
Io così dura.
E tu, spesso, così dolce.

Ti continuo ad osservare nel buio della notte, e ci sono tante rivoluzioni fuori, e la guerra scoppia e la borsa crolla ancora, e qualcuno muore di crepacuore o di rughe sulla faccia, e tu sei così irrispettosamente bello, e c’è la fame del mondo e qualcuno nasce sporco di sangue e bellezza, e ci sono le risse là fuori sul tram, fermateli, fermateli, e sul treno gli amanti si amano di sguardi per non spogliarsi davanti al controllore, spogliatevi, spogliatevi, e le carestie e le epidemie e il sesso là fuori, tutto quel rumore e quel mondo addosso che nemmeno sai dove finisce e quanto ce n’è, e io non ne so nulla, davvero nulla, perchè tutta quella sterminata città e, signori, mi spiace, tutto quel caos per dirvi che non mi frega più di niente, io ve lo dico, perchè c’è lo schifo e la meraviglia fuori, e io in questa stanza tremo davanti alla tua pelle e il resto non conta un cazzo.
Ti sveglierei per fare l’amore, ma sarebbe un peccato, perchè Dio ha sbagliato un sacco di cose, probabilmente quando creò le giraffe era ubriaco e un po’ su di giri, e quando creò il vino e l’ebrezza fece cosa buona e giusta, quando creò le zanzare gli girava male, e quando creò il caffè lo fece per farmi dispiacere il suo arrivo quando pranzo con te, quando creò il suicidio era un po’ a terra e quando creo i narcotici era su di giri, quando creò i libri già s’avvicinava, ma Dio, Dio..
Quando Dio creò te disteso nudo a letto dormiente allora creò tutto il Suo Sacro Universo.
Potrei iniziare ad amarlo, Dio. Oppure te, che poi è lo stesso.
Con tutto l’amore che c’è.

Amen.

 

A cura di Arianna Mariolini

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