The Joshua Tree: gli U2 e l’America

A cura di Marco Cingottini

The unforgettable fire”, nel 1984, aveva sancito la prima svolta musicale degli U2: da Steve Lillywhite, che aveva prodotto i primi tre lavori, si era passati a Brian Eno, artista/produttore che aveva iniziato la sua carriera nei primissimi Roxy Music con Bryan Ferry e aveva collaborato poi con Robert Fripp, David Bowie e Talking Heads, e a Daniel Lanois, canadese, più giovane, che avrebbe successivamente prodotto lavori di artisti del calibro di Peter Gabriel e Bob Dylan.

Il suono, con Eno e Lanois, si era fatto più sporco, sperimentale, e aveva tolto un po’ di quella aggressività che aveva caratterizzato soprattutto l’album “War”, con brani duri come “Sunday Bloody Sunday” e “Like a song…”, ma aveva aperto nuovi orizzonti al quartetto irlandese.

Nel 1985, poi, la performance al Live Aid, seconda per intensità solamente a quella (straordinaria) dei Queen, che li aveva consacrati definitivamente nell’olimpo del rock.

E nel 1987 arriva “The Joshua Tree

https://cronachefigli.com/u2-the-joshua-tree-coraggio-politici

I wanna run, I want to hide
I wanna tear down the walls
That hold me inside.
I wanna reach out
And touch the flame
Where the streets have no name.

 

Con questo album, gli U2 percorrono quel tragitto che il popolo irlandese compì secoli prima per raggiungere quella che doveva essere la “loro” terra promessa: l’America.

Fin dal titolo, il Joshua Tree a sud est della California, al suono dei brani, il Nuovo Continente è presente ovunque; il trittico iniziale è folgorante “Where the streets have no name”, “I still haven’t found what i’m looking for”, “With or without you” fanno capire lo spessore dell’intera opera: aggressiva la prima, quasi un gospel la seconda, intima la terza. La band è all’apice del ciclo creativo: l’intro di “Where the streets have no name” con le tastiere potenti e poi la chitarra con l’arpeggio marchio di fabbrica di The Edge, caratterizzerà l’inizio dei concerti (era talmente potente che i residenti vicino allo stadio Flaminio di Roma, dove si stava svolgendo il concerto, pensarono al terremoto!); “I still” è invece quasi una preghiera “I believe in the Kingdom Come/then all the colours will bleed into one/…/but i still haven’t found what I’m looking for”; “With or without you” una dolce canzone d’amore che esplode in un finale molto intenso, dove la voce di Bono Vox arriva ad altezze elevate.

Con “Bullet the blue sky” l’atmosfera si sposta verso un suono 70’s: è quasi un brano zeppeliniano ed è impreziosito da un bel solo di The Edge. Il testo di denuncia sociale, scritto da Bono dopo un viaggio in Nicaragua ed El Salvador, va contro la politica estera degli Stati Uniti: ricordiamoci che erano gli anni della presidenza Reagan e li U2 non fanno nulla per nascondere la loro avversione per questo presidente.

Across the mud huts where the children sleep
Through the alleys of a quiet city street
You take the staircase to the first floor
Turn the key and slowly unlock the door
As a man breathes into a saxophone
And through the walls you hear the city groan
Outside is America
Outside is America, America

Across the field you see the sky ripped open
See the rain through a gaping wound
Pounding on the women and children
Who run
Into the arms
Of America

http://www.independent.ie/entertainment/music/music-news/u2-tipped-for-croke-park-for-joshua-tree-anniversary-tour-35350037.html

Con il quinto brano, “Running to stand still”, il clima si calma: si parla di tossicodipendenza, tema che la band aveva già toccato nel precedente lavoro con “Bad”. L’ispirazione venne a Bono leggendo la notizia di una coppia di tossico dipendenti che, per procurarsi le dosi, erano stati costretti a diventare corrieri della droga. Il brano è molto bello, uno dei più intensi dell’intera opera.

Nel successivo brano che apriva il Lato 2 della prima versione in vinile, ora nella versione rimasterizzata apre il disco 2, “Red hill mining town”, si torna in Gran Bretagna dove la politica economica della Thatcher in quegli anni aveva fatto chiudere parecchie miniere, soprattutto nel Galles, portando alla disperazione molte famiglie.

Con le successive “In God’s Country” e “Trip through your wires”, segnate da un sound molto americano, l’album perde un po’ di forza: i due brani, comunque buoni, non sono all’altezza dei precedenti e sembrano essere più un intermezzo prima dei tre brani finali.

http://culturacolectiva.com/the-best-u2-albums-to-forgive-the-most-hated-band-in-the-world/

One tree hill”, scritto in memoria dell’assistente di Bono, Greg Carroll, è un brano ipnotico, in stile vagamente caraibico, con la splendida voce di Bono che interpreta mirabilmente un brano forse ancora oggi sottovalutato.

Exit” è il brano musicalmente più teso: racconta i momenti che precedono l’omicidio da parte di una persona, ed è caratterizzato da una linea di basso che produce una sorta di ansia per tutto il brano ed esplode alla fine con la chitarra e la batteria che entrano in maniera violenta.

Sembra la fine dell’album, ma, come una sorta di bonus track, arriva la dolce “Mothers of Disappeared” dedicata alle madri della Plaza De mayo che hanno visto,  a causa della feroce dittatura argentina di Videla, sparire i propri figli (i famosi desaparecidos).

Midnight, our sons and daughters
Cut down, taken from us
Hear their heartbeat
We hear their heartbeat

In the wind we hear their laughter
In the rain we see their tears
Hear their heartbeat
We hear their heartbeat

Con “The Joshua Tree”, gli U2 producono il loro album migliore: un lavoro potente e fortemente politico. Dopo ci sarà l’ibrido mezzo live e mezzo in studio “Rattle and Hum”, prima dell’ulteriore svolta di “Achtung Baby”, che farà entrare la band irlandese in un’altra fase della loro carriera.

http://www.mbmusic.it/2017/05/u2-red-hill-mining-town-con-testo-e-traduzione/u2-the-joshua-tree-30th-anniversary-edition-album-cover/

 

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