The Addiction: Il vampiro come metafora della colpa

Il vampiro, sia nel cinema che nelle altre arti, ha sempre suscitato un grande interesse. E’ una figura oscura, ma così affascinante al tal punto da condizionare la curiosità di molte persone. La figura del vampiro, soprattutto nelle culture dell’est Europa, esiste da moltissimo tempo, e di esso ne esistono varie tipologie che cambiano in base al contesto culturale di una società: in Romania è uno “strigoi”, in Grecia un “brucolaco”, in Albania una “shtriga”, in Asia un “ghoul”, ma queste sono solo alcune delle tante denominazioni nel mondo.

A cura di Mattia Geraci

Nel cinema, il mito del vampiro ottenne risonanza sul grande schermo nel 1922, con Nosferatu di Murnau – tratto, d’altronde, da Dracula di Bram Stoker, pilastro della letteratura gotica – e che fu anche uno dei primi horror della storia del cinema, legato, si ricordi, al movimento dell’espressionismo tedesco.

 

 

Negli anni a venire, anche grazie agli sviluppi del cinema in tutte le sue inclinazioni – narrative e tecniche – il vampiro ha smesso di essere solo un semplice mezzo di terrore. Diventa anche un mezzo “metafisico” per esprimere i tormenti dell’uomo, la sua crisi ontologica e il suo sforzo nei confronti del male. Un film che esprime bene questo uso del vampiro come espediente significante è The Addiction, di Abel Ferrara, del 1995.

 

 

Lo stile di Ferrara possiede una certa crudezza al suo interno, strettamente legata al mondo urbano delle grandi metropoli americane, e non è raro che egli usi qualsiasi mezzo per poter colpire lo spettatore – il suo primissimo film, girato nel 1977, fu un porno. Ama sempre trattare della posizione dell’uomo nella società industrializzata, assieme alle sue colpe e ai suoi difetti. Potenzia questo dettaglio con King of New York e Il cattivo tenente, due film con antieroi pesantemente umani, buoni e cattivi. Ma in The Addiction Ferrara cerca di esplorare in maniera più viscerale il male, usando il tema del vampirismo per parlare del declino morale dell’uomo.

Il vampiro, si sa, si nutre di sangue prevalentemente umano e non può presentarsi sotto la luce solare perché potrebbe bruciarsi con essa. E’ un parassita che vive nel buio, nell’oscurità, dove i pensieri negativi aumentano sempre di più. La protagonista, Kathleen – interpretata da Lili Taylor – è una studentessa di filosofia che viene morsa da una vampira, e da questo episodio in poi i suoi pensieri riguardo la colpa dell’uomo si amplificheranno sempre di più, soprattutto a causa della malattia, appunto, che gli è stata iniettata nelle vene, e che la spingerà a mordere numerose persone che, a loro volta, diventeranno vampiri. Proprio per questa caratteristica molti vedono The Addiction come una metafora della dipendenza, e in realtà non ci sarebbero motivi nel non vederci ciò al suo interno. In molte scene, Kathleen si inietta, tramite una siringa, del sangue nelle vene, come una tossicodipendente, ma forse bisogna considerare che la dipendenza e il vampirismo siano, più che altro, mezzi con cui narrare il disagio della protagonista e di tutti gli altri personaggi.

 

 

Il fatto che Kathleen sia una studentessa di filosofia – in vista del dottorato – rende ancora più pronunciato il suo vampirismo: essa, prendendo consapevolezza della propria malvagità, compie un atto di perlustrazione della propria interiorità, mettendo in atto, nel corso del film, soliloqui di un certo tipo. Una sua presa di posizione interessante la si trova riguardo la famosa citazione di Santayana: “Coloro che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo”. Kathleen si oppone a questa affermazione, dicendo addirittura che la storia non esista, e che l’umanità sia colpevole nella radice. Non sono gli eventi che ci rendono colpevoli, ma siamo noi colpevoli di natura, e Kathleen si domanda se possa esserci un rimedio contro questa malvagità. Il suo è un viaggio di accettazione della sua condizione, che arriva a condizionare anche le sue scelte esistenziali: si chiede se valga la pena studiare per il dottorato, e i suoi rapporti sociali cominceranno a deteriorarsi. Si prenda in esame l’amicizia con Jean e il rapporto professionale con il professore, con cui sperimenterà la noia. E anche la sua posizione nei confronti del sapere cambierà, dato che, ad un certo punto, entrerà in una biblioteca, definendo questa un “cimitero”, pieno di “viscidi e offensivi epitaffi”, come se avesse compreso l’impossibilità dell’uomo di poter capire se stesso tramite la conoscenza.

 

 

Inoltre, una scena interessante mostra la protagonista nel bel mezzo di una lezione universitaria basata sul determinismo, e sul fatto che i “non salvati” non si riconoscano il peccato, e che solo i credenti sono destinati a questo fardello. Essi si pongono contro la colpa, la riconosco, in modo tale da poterla estirpare tramite la sofferenza e il perdono nei confronti di Dio. Durante la spiegazione di questi concetti, Kathleen la si mostra agonizzante e disgustata, al tal punto da andarsene durante la lezione. Ironia della sorte vuole che, verso gli ultimi attimi del film, lei troverà la redenzione tramite una confessione con un prete, da cui riceverà la comunione. E’ interessante perché sembra di vedere la filosofia di Søren Kierkegaard in tutto questo – che viene pure citato nel film: Kathleen è un vampiro, un essere “estetico”, che vive esclusivamente per il piacere, senza prendere una decisione fondamentale, e questo astenersi dallo scegliere genera colpa, perché ogni ricerca del piacere è destinata poi ad esaurirsi. Kathleen, ovvero l’essere estetico, ad un certo punto si troverà dinanzi ad un aut-aut in cui scegliere. Ed è qui che avviene il salto della fede, in cui si prende una scelta e la si persegue. Kathleen, schiacciata dal suo vampirismo, dalla sua sete di sangue, vuole la redenzione, e la cercherà nelle braccia di Dio.

 

 

The Addiction di Ferrara mostra quindi lo sforzo dell’uomo, dinanzi alla sua condizione, di cercare di capire la sua intera esistenza, anche al costo di aggrapparsi ad un’ideologia – religiosa o nichilista. Ovviamente il film, come ogni altra opera d’arte, non offre risposte universali e definitive, ma di sicuro mostra un lato contorto dello spirito umano, sempre tramite la metafora del vampiro. Cosa che viene fatta, d’altronde, in molti altri film come Dracula di Bram Stoker di Coppola, Near Dark della Bigelow o Solo gli amanti sopravvivono di Jarmusch, solo per citarne alcuni.

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