A me resta il colore del grano..

Il Piccolo Principe compie 73 anni, e ne ha sempre sei.
Sei? Antoine De Saint-Exupèry  non ce lo rivela, a dire il vero.

 

A cura di Arianna Mariolini

 

Ci parla solo “di una personcina”, “dai capelli color del grano”, “fronte pallida”, “ricce ciocche di capelli mosse dal vento”.
Eppure sei è l’età della scoperta, sei l’età in cui ci si trova a scuola, con una signora mai vista prima, grassa e con il viso largo, che esige, come se niente fosse, che si allineino su un foglio una serie tutta uguale di segni che, dice, formano la parola “imbuto”. Non perchè quella donna sia meschina, ma perchè la vita è così. Questo capita anche al bambino di sei anni che Saint-Exupèery era stato. Avrebbe preferito disegnarlo, un imbuto, sarebbe stato più facile. Ma gli adulti, compresa la maestra, non ne avrebbero voluto veramente sapere, del disegno. Sei anni è l’eta in cui tutto d’un colpo il mondo si rivela senza limiti e in cui bisogna riuscire, che lo si voglia o no, a far passare questa immensità sconosciuta attraverso l’apertura stretta dell’imbuto.

Sei anni, l’età in cui il padre di Antoine scompare, e deve allora farsi grande, seppur rimane in realtà bimbo fino alla sua dipartita.

 

E questo è ciò che fa il Piccolo Principe, lasciando la sua Rosa.
Non che non la ami, perché lei, lei sola tra tutte, è la sua Rosa.
Ma deve imparare ad amarla nel modo giusto, amare lei, lei vanitosa, a volte petulante, talvolta silenziosa.
Deve viaggiare, cacciare nel piccolo buco dell’imbuto la sconosciuta immensità.

Lasciare quel paese dove osserva i tramonti per essere felice (“Un giorno ho visto il sole tramontare 43 volte! Sai.. Quando si è molto tristi si amano i tramonti..” “Il giorno delle 43 volte eri tanto triste?” Ma il piccolo principe non rispose), dove tagliava le pianticelle nascenti di Baobab, troppo grandi per la sua terra, dove si prendeva cura della sua Rosa, scacciando per lei i bruchi e coprendola nelle fredde ore notturne con una campana di vetro.
Partire per imparare a tornare.

Il fiore tossì.
”Sono stato uno sciocco. Scusami, e cerca di essere felice.”

[..]

“Ma si, ti voglio bene,” disse il fiore, “e tu non l’hai saputo per colpa mia. Questo non ha importanza, ma sei stato sciocco quanto me. Cerca di essere felice. Lascia perdere questa campana di vetro. Non la voglio più… devo pur sopportare qualche bruco se voglio conoscere le farfalle, sembra che siano così belle.”

[…]

“Non indugiare così, è irritante. Hai deciso di partire, e allora vattene.”
Perché non voleva che lo vedesse piangere. Era un fiore così orgoglioso…

 

E allora il Piccolo Principe parte, in un’odissea senza meta, o forse chissà, la stessa di Ulisse: il posto da cui era partito, un viaggio per ritornare e restare.
Ogni viaggio una scoperta, ogni approdo un insegnamento: il pianeta del re, tanto preso da sè da non rendersi conto che non v’è nessun suddito, se non or ora quel bambino dai capelli color del grano.
Un re che alla richiesta di vedere un tramonto dal Piccolo Principe, ci insegna, grazie alla magica penna di Antoine, che “bisogna esigere da ciascuno quello che ciascuno può dare”, e che afferma poi con tono bonario:

”Giudicherai te stesso. E’ la cosa più difficile. E’ molto più difficile giudicare se stessi che gli altri. Se riesci a giudicarti bene è segno che sei veramente un saggio.”

“Il quarto pianeta era abitato da un uomo d’affari.”

Che conta, compra, guadagna e brama stelle.

”E che ne fai di 500 milioni di stelle?”
”Niente, le possiedo. [..] E io possiedo le stelle, perché mai nessuno prima di me si è sognato di possederle.”

Ma il piccolo principe lo sa. Lo sa che l’essenziale è invisibile agli occhi. Come quell’amore e nostalgia oppressa e negata e ribadita in ossimoro, che lo lega alla sua Rosa.
Tanto concreta.

 

“Il sesto pianeta era dieci volte più grande”, e lì il Piccolo Principe impara che ben oltre i libri v’è il mondo da esplorare, scoprire, ben oltre le cartine e mappe, mondi, terre, fiumi e cieli.

“e se ne andò pensando al suo fiore..”

Il settimo pianeta fu dunque la terra.

Gli uomini non esistono. Sei o sette. Non si sa mai dove trovarli. Il vento li spinge qua e là. Non hanno radici, e questo li imbarazza molto.

Ma è sulla terra che il Piccolo Principe impara l’unicità dell’amicizia, grazie alla sua volpe, capace di insegnarle anche l’amore e l’unicità della sua rosa.
E cosa si guadagna da un addio, cosa da un amor che strappa i capelli ormai perduto, cosa da un rapporto? Perché amare se certamente si cadrà nel dolore?
Per avere, come la volpe, il colore del grano

 

“Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo. Ma se tu mi addomestichi, la mia vita sarà illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi, laggiù in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano, per me è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai dei capelli color dell’oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano…”

“Che cosa bisogna fare?” domando’ il piccolo principe.
Bisogna essere molto pazienti“, rispose la volpe. “In principio tu ti siederai un po’ lontano da me, così, nell’erba. Io ti guarderò con la coda dell’occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po’ più vicino…”
Il piccolo principe ritornò l’indomani.
“Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora”, disse la volpe.
Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell’ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore… Ci vogliono i riti”.

Cosi’ il piccolo principe addomestico’ la volpe.
E quando l’ora della partenza fu vicina:

“Ah!” disse la volpe, “… piangerò.
“La colpa e’ tua”, disse il piccolo principe, “io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi…”
“E’ vero”, disse la volpe.
“Ma piangerai!” disse il piccolo principe.
“E’ certo”, disse la volpe.
“Ma allora che ci guadagni?”
“Ci guadagno”, disse la volpe, “il colore del grano“.

 

E grazie alla volpe il Piccolo Principe comprese.
Comprese, d’innanzi a un cespuglio di rose, che sebbene un passante avrebbe potuto scambiarle per la sua rosa, la sua era speciale perché era lei che aveva amato, lei quella che aveva curato, e innaffiato, lei che aveva ascoltato vantarsi, a volte tacere, a volte lamentarsi dei bruchi.
Ma bisogna pur sopportare i bruchi, se si vogliono le farfalle..

E allora il Principe, dopo odissee capisce.
Capisce, catarsi, come una divina commedia, e impara ad amare.
La decisione del ritorno.

 

 

Nel deserto.
”Mi disegni una pecora?”

L’aviatore, prima solo narratore, lo guarda, e si fa personaggio.
Il Piccolo Principe arrossisce, è un bambino che non risponde alle domande, ma a qualcuna arrossisce.
”E quando si arrossisce significa sì, vero?” dice Antoine de Saint-Exupèry.

E’ una sfumatura d’acquarello sulle guance, un tocco intimo ed impudo e pungente che vale come una conferma.

Il Piccolo Principe è un racconto autobiografico.
Durante tutta la sua vita, Saint-Exupèry conservò questa particolarità di arrossire, anziché rispondere in situazioni di imbarazzo. Fatto raro in un adulto, tenace residuo dell’infanzia.

Proprio come il Narratore, Antoine, era pilota di professione. Ebbe realmente una grave avaria in pieno deserto del Sahara, nel 1935, e fu ritrovato e salvato miracolosamente dagli indigeni quando era ormai morto di sete.

Qualche mese dopo la pubblicazione del libro, il 31 luglio 1944, come il suo Piccolo Principe sparirà nel nulla, sorvolando la Baia degli Angeli al largo di Saint-Raphaèl.

Come il Piccolo Principe “cadde dolcemente come cade un albero. non fece neppure rumore sulla sabbia. Ma non ho ritrovato il suo corpo..”

Malgrado le ricerche, il corpo di Saint-Exupèry non è stato trovata, né la carcassa del suo Lightning.
E’ stato inghiottito dal mare con il suo mistero, colui che veniva soprannominato Pizzicaluna per il suo naso all’insù.
Continuare a vivere senza volare, questo gli volevano imporre ritenendolo vecchio.
Era troppo triste: anche per lui il desiderio della resa è stato troppo forte.

 

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Così il Piccolo Principe che ha imparato ad amare torna dalla sua rosa.

Non è morte, non è veleno di serpente, il quale sebbene sia male, indica che il male spesso non è vuoto o fine a se stesso, ma votato al bene.
E’ ritorno. Purezza. Amore.

 

E allora saluta la terra, gli altri pianeti, il suo pilota che piange..

poiché..

si arrischia un poco, se si è lasciati addomesticare…

 

“Guarderai le stelle, la notte. E’ troppo piccolo da me perché ti possa mostrare dove si trova la mia stella. E’ meglio così. La mia stella sarà per te una delle stelle. Allora, tutte le stelle, ti piacerà guardarle… Tutte, saranno tue amiche. E poi ti voglio fare un regalo…”
Rise ancora.
“Ah! Ometto, ometto mio, mi piace sentire questo riso!”
“E sarà proprio questo il mio regalo. Gli uomini hanno delle stelle che non sono le stesse. Per gli uni, quelli che viaggiano, le stelle sono delle guide. Per altri non sono che delle piccole luci. Per altri, che sono dei sapienti, sono dei problemi. Per il mio uomo d’affari erano dell’oro. Ma tutte queste stelle stanno zitte. Tu, tu avrai delle stelle come nessuno ha…”
“Che cosa vuoi dire?”
“Quando tu guarderai il cielo, la notte, visto che io abiterò in una di esse, visto che io riderò in una di esse, allora sarà per te come se tutte le stelle ridessero. Tu avrai, tu solo, delle stelle che sanno ridere!”
E rise ancora.
“E quando ti sarai consolato (ci si consola sempre), sarai contento di avermi conosciuto. Sarai sempre il mio amico. Avrai voglia di ridere con me. E aprirai a volte la finestra, così, per il piacere… E i tuoi amici saranno stupiti di vederti ridere guardando il cielo.
Allora tu dirai: “Sì, le stelle mi fanno sempre ridere!” e ti crederanno pazzo..

 

E allora si avvicina al ritorno, un bambino capace di amare, e diventato allora grande nel suo essere.

E tuttavia, a molti grandi, nonostante siano passati più di 70 anni, un ritorno, un’odissea, una crescita verso la purezza d’infante, non riesce.

Ma a noi, ancora qui, ancora dopo più di 70 anni..

..resta il colore del grano.

 

 

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