Osaka Flu – L’Italia è Fuori Dal Mondiale (recensione)

“Questo è un annuncio di pubblico servizio: conosci i tuoi diritti, tutti e tre. L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, a meno che tu non sia un operaio, un musicista o un laureato. La sovranità appartiene al popolo, ma per sicurezza è chiusa a chiave, insieme a vecchi manifesti al Quirinale. Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale, a meno che tu non sia una donna, un precario o immigrato. La Repubblica garantisce i diritti inviolabili, ma non ci contare, perché non fanno miracoli. Ma stai tranquillo, c’è la Nazionale! Non stare a pensare, beviti un Fernet!”.

È l’inizio di un album molto forte, pieno di critiche e frecciatine a tutti, dove si spara senza pietà e senza peli sulla lingua.
“L’Italia è fuori dal mondiale” è il 3° disco degli Osaka Flu, band “pulp rock” di Arezzo in attività dal 2010 formata da Daniele (Chitarra), Michele (Batteria) e Francesco (Basso).
In un paese pieno di storie e contraddizioni di ogni genere, la voce degli Osaka emerge riportando alla luce il malessere di un intero spezzone sociale che ritorna al punk per il bisogno di urlare al mondo quella mancanza di libertà e di ingiustizia con cui si ritrova a fare i conti ogni giorno.

“L’Italia è fuori dal mondiale” riassume con un esempio geniale le tante insicurezze con cui è costretto a confrontarsi ognuno di noi; il semplice fatto che la nazionale italiana di calcio non si sia nemmeno qualificata al mondiale del 2018 ha destabilizzato la vita di ogni “italiano medio” che dava per scontato il fatto che l’Italia avrebbe dovuto partecipare ad ogni edizione del campionato del mondo, così come accadeva da ormai 50 anni. Finché c’è il calcio, finché c’è l’alcool, finché c’è il sesso o un qualsiasi altro mezzo di distrazione, non ci si rende conto dello stato attuale delle cose e del momento di disagio in cui ci si trova.

Un primo tentativo di evasione, dopo Beviti un Fernet, lo si trova in Gina, storia di amore non corrisposto tra un artista e una ragazza molto diversa da lui (“Gina, io lo so che mi vorresti coi mocassini scamosciati, ma non riesco a non pensare a quelle pecore stellate”). Il sound è un po’ pop-punk da Green Day, e si conclude con la constatazione del fatto che certe differenze non si riescono ad abbattere: “Gina, siamo stati io e te tutto quello che potevamo, tu e la tua villetta a schiera, io e i quartieri popolari”.

 

L’altra fuga è quella dal lavoro (Mi fa schifo lavorare), per via della stanchezza e della noia derivata dal produrre: “non sarò mai uno stachanovista, c’è troppo mondo là fuori che aspetta, io ignoro, io ci sputo sul vostro lavoro”; anche qui si continua con un punk rock di fine anni ’90, con chitarra elettrica distorta e cori ben presenti.
“Mamma non è come dicevi te, in questo mondo tutti pensano per sé”.

Viva Verdi, la Magnani e Berlinguer è un elenco quasi interminabile di luoghi comuni, personaggi e situazioni tipiche di “questa Repubblica fondata sul caffè”, dalle più letterari a quelle musicali (“Lo shampoo” di Gaber); il finale ricorda quello di Ma il cielo è sempre più blu di Rino Gaetano (citato, tra gli altri), con una spinta molto più punk, stavolta vicino agli Stone Temple Pilots.

Gli Osaka Flu non stancano e non si stancano di andare a ritmi elevati, e ora ci dipingono la situazione degli studenti universitari (Gli studenti universitari) visti da chi è più grande e quindi con uno sguardo un po’ distaccato. Adelando (Fai Schifo) è la storia di un uomo che barboneggia, ormai emarginato ed escluso, dopo un passato da strozzino (si sente una pernacchia nel finale); interessante il piccolo assolo di armonica su un ritmo vicino al “country da saloon” pur mantenendo l’impronta rock dettata dalla chitarra elettrica in overdrive.

 

 

Per un attimo si ritorna ad un’atmosfera più tranquilla con Hotel Minerva, che ricorda un po’ gli Zen Circus di qualche tempo fa. Il soggetto è sempre un altro di quelli che non vede “futuro” e quindi va a lavorare come cameriere in un hotel. QuandoSaròRiccoDaSchifo è quel gioco che di solito ci capita di fare: cosa faresti se fossi ricco? Le risposte sono abbastanza crude, piene di rancore nei confronti di alcune persone ma anche di sarcasmo e di scherno.
Non ci credo ai cantautori ubriaconi “che di notte da Mario scrivono le canzoni, non ci credo ai film noiosi, ai registi spocchiosi coi loro baffi incerati” è una critica contro tutti quei falsi miti e quelle vite romanzate che non esistono. “Io credo nelle ossa rotte, nei concerti sempre vuoti, nella mia punto sverniciata, nella radio che dà i Clash, io credo nell’alba con gli amici, nei bicchieri di chinotto e nel peggio del peggio di te”. Questo è probabilmente il culmine dell’album, l’urlo liberatorio che caratterizza l’essere punk: questo è punk, basta. È una guerra di chitarre, uno scontro che poi si risolve con degli accordi aperti e con l’apoteosi dell’ultimo ritornello.

Forza Mario, Spendi! Parla di un 35enne che segue le indicazioni del padre e che quindi risparmia soldi, lavora, paga le tasse e si sposa. È una persona terrorizzata perché si è sempre trovata tra le braccia dei genitori, in una campana di vetro: “tua madre non lo sa che hai paura ogni volta che esci dalla tua città, la ragazza che hai sposato te l’ha presentata lei”, e che conduce una vita eccessivamente normale. A un certo punto, però, la consapevolezza che è in lui si risveglia: “Corri, corri! Non sei ancora così vecchio! […] Prendi il tempo che hai davanti con le unghie e con i denti”.

Filastrocca vola e va ci riporta all’estate, riprendendo un po’ il sound di Adelando ma con un’aria molto più scanzonata, proprio come suggerisce il titolo. Il testo della canzone è una filastrocca di Gianni Rodari (da Filastrocche in cielo e in terra, 1996) che racconta di una città che inizia a svuotarsi per via della calura estiva, “E chi quattrini non ne ha, solo, solo resta in città! Si sdraia al sole sul marciapiede se non c’è un vigile che lo vede […] Quando divento Presidente faccio un decreto a tutta la gente! Ordinanza numero un: in città non resta nessuno, ordinanza che viene fuori, tutti al mare, paghiamo noi! Inoltre le Alpi e gli Appennini sono donati a tutti i bambini! Chi non rispetta il decretato va in prigione difilato!”. È il finale più bello per un disco che guarda alla libertà con gli occhi del bambino “punk” che è nascosto dentro ognuno di noi.

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Roberto Testa

Sono Roberto, classe '96, siciliano. Studio Storia presso l’Università degli Studi di Torino e Contrabbasso Jazz presso il Conservatorio "G. Verdi" di Torino. La storia è molto probabilmente la passione più grande della mia vita, insieme alla musica, alla filosofia e alla politica..

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