Nicola Abbagnano. Com’è fatto il futuro?

a cura di Simone Innico

È agosto, fa caldo. Sono segregato in casa, chino sui libri a pigiare sui tasti del pc. Paragrafo dopo paragrafo, tra mal di testa e parolacce, poco a poco scrivo la mia tesi di laurea.
Che noia, che fatica. E che caldo.
È agosto, e chi me l’ha fatto fare? Esattamente un anno fa mi godevo l’estate, magari saltavo in macchina con un paio di amici e via, si va al mare. Che palle.

Parliamo un po’ più filosofico. Le possibilità della vita si restringono a imbuto di fronte a noi. Anno dopo anno, scelta dopo scelta, amputiamo il nostro destino e chiudiamo l’orizzonte infinito di ciò che avremmo potuto. Se solo avessimo saputo. Se quella volta non avessimo fatto. Se solo avessimo fatto altrimenti.

Cosa c’è di sbagliato in tutto questo paragrafo?

Questo sarà un articolo breve. Perché l’idea è molto semplice.

In un altro articolo avevo scritto che l’esistenzialismo si riduce, in definitiva, a una sola domanda: Cosa ne farai di quest’unica esistenza che ti è data?  Ma quale genere di risposta vorremmo dare? Da dove cominciamo a rispondere?
Le risposte che offrono i classici dell’esistenzialismo sono, secondo Nicola Abbagnano, a dir poco deprimenti.

Il filosofo danese Søren Kierkegaard (1813 – 1855) fu il pioniere di ogni filosofia dell’esistenza, e di quello che, dal primo al secondo dopoguerra, sarà chiamata propriamente esistenzialismo. Filosofia dell’esistenza è voltare lo sguardo dall’assoluto e infinito dell’idealismo, fin giù ai bassifondi della condizione esistenziale umana e provare a dire qualcosa di filosoficamente coerente al riguardo. Nel fare ciò, Kierkegaard, aveva individuato il concetto chiave di angoscia (Angest). In particolare: l’angoscia di fronte alla libera scelta.
L’opera originale in cui Kierkegaard delineava questa nozione era intitolata: Il concetto dell’angoscia. Semplice riflessione per una dimostrazione psicologica orientata in direzione del problema dogmatico del peccato originale. Un’analisi psicologico-filosofica della disposizione emotiva di Adamo, all’ora di scegliere se cogliere o non cogliere il frutto proibito. Sentite la pesantezza di questa filosofia.
Il liberum arbitrium è la dannazione dell’umano. Siamo liberi di scegliere. E l’angoscia è la consapevolezza dell’infinità delle possibilità future che si dipartono da quel minimo istante di scelta. Ora, scegli. L’angoscia di fronte alle infinite possibilità conduce, secondo Kierkegaard, allo sconforto e all’immobilità, e in definitiva all’impossibilità della scelta. Paradossale, eppure filosoficamente interessante.
Cosa ne farai di quest’unica esistenza che ti è data? Prego, puoi scegliere tutto.
Grazie. Ma non posso, davvero, scegliere tutto. (E poi che razza di “scelta” sarebbe, se si potesse scegliere tutto?)

I tre filosofi centrali dell’esistenzialismo novecentesco – i tedeschi Karl Jaspers (1883 – 1969) e Martin Heidegger (1889 – 1976) e il francese Jean-Paul Sartre (1905 – 1980) – prenderanno a piene mani dal modello kierkegaardiano.

Jaspers approfondirà il profilo psicologico dell’impossibilità, da parte dell’uomo, di “abbracciare” con la sua conoscenza la totalità del mondo in cui è immerso e da cui è, appunto, abbracciato: das Umgreifende, “ciò che tutto abbraccia”, è l’Essere – l’esistenza umana è il continuo, imperterrito eppure disperato tentativo di comprendere questa immensità. La disperazione, in Jaspers come anche in Kierkegaard prima di lui, è ciò cui conduce direttamente l’angoscia di fronte all’immensità del mondo e all’impossibilità dell’uomo. L’esistenzialismo è anche una prospettiva sul mondo: uno sguardo spaesato che non sa dove posare l’occhio.

Heidegger chiamerà l’esistenza dell’uomo Dasein, uno strano essere (sein) che sta qui (da). Un piccolo esserino che esce dal Nulla e approda all’esistenza, e tenta di darsi delle risposte senza neanche sapere quali sono le domande giuste. Trascinato nella temporalità inarrestabile, egli cerca di assumere la guida della propria esistenza. E ci riesce, un poco. Ma molto spesso si ritrova a disperdere sé stesso in un’esistenza inautentica. Parlando di esistenzialismo si parla sempre di “autenticità”. E come ritrova il Dasein l’autenticità nella sua esistenza, secondo Heidegger? Trascorrendo più tempo nei cimiteri, nella prospettiva della morte futura.

Sartre, infine, farà dell’assurdità la cifra della sua filosofia. L’assurda equivalenza delle possibilità che si presentano all’umano nel momento della sua scelta. Il piattume totale delle possibilità esistenziali. L’esistenzialismo di Sartre è una filosofia dell’intraprendenza, per uomini forti e sicuri di sè. Ma l’homo sartricus è un essere disincantato e, soprattutto, dissociato: egli osserva la realtà e, in qualche misura, gode del pensiero devastante che tutto, ma proprio tutto, è davvero così arbitrario e contingente. Sì, certo, sono qui dove sono e faccio ciò che faccio per un motivo, ma avrei potuto scegliere diversamente. L’infinitezza delle possibilità umane conduce, per Sartre, all’insensatezza dell’esito della decisione.

Una qualche forma di esistenzialismo sembra abitare anche il pensiero più consuetudinario (quella riserva di sapere esperienziale che una sciocca idea di filosofia accademica ci suggerirebbe di disprezzare): immaginiamo l’esistenza come consumata dal tempo, l’infinita possibilità del futuro che pian piano si estingue.
Il campionario delle nostre scelte che, poco per volta, scelta dopo scelta, si riduce davanti ai nostri occhi. Fino a che l’angolo del nostro orizzonte è ridotto a una linea diretta in un solo punto. E cosa facciamo con questa consapevolezza in mano? Ci affacciamo alla vita come dal torrione di un’immensa fortezza, contempliamo tutta la terra che abbiamo da conquistare. Ma abbiamo paura. Siamo conquistatori codardi.
Così restiamo. Ci concediamo di non scegliere, di rimandare. Perché l’indecisione ci illude di poter mantenere aperte tutte le nostre possibilità.

La profonda negatività di questo genere di filosofie è più che evidente. La proposta di Abbagnano, invece, dà vita a quello che egli stesso chiama esistenzialismo positivo.

Domandiamoci seriamente: com’è fatto il futuro?  Magari così come ce lo siamo rappresentati poco fa: possibilità infinite -> scelta individuale -> annullamento progressivo. Ma è poi così salubre questa immagine, tanto ovvia e triviale da sembrare vera? No, è un’immagine pericolosa. Che conduce allo spreco esistenziale, all’immobilità. (Forse tanto deleteria e insalubre da suonare falsa).

Nicola Abbagnano (1901 – 1990), professore di Storia della filosofia all’Università di Torino, pubblica nel 1939 La struttura dell’esistenza. Già dal titolo si intuisce l’obiettivo della sua ricerca: non l’Essere, non il Tempo, non il Nulla, non l’essere umano, neanche l’esistenza stessa. Bensì la sua struttura. Di che cosa è fatta l’esistenza?
Di possibilità, di tempo, di libertà, di angoscia. Certo, tutto questo entra dentro la struttura dell’esistenza. Ma ancora una componente – fondamentale – resta da considerare: la progettualità e la scelta in prospettiva della realizzione del progetto futuro.

Mentre ci chiediamo “che cosa faremo di questa esistenza che ci è data”, domandiamoci anche: di che cosa è fatto l’avvenire? com’è fatto il tempo che ha da venire? Ccm’è arredato il futuro di ognuno di noi? La risposta che arriva da Abbagnano è che il futuro è fatto di decisioni autentiche. Il futuro autentico, per lo meno. Queste decisioni le riconosciamo nel presente perché guidano le nostre scelte quotidiane. Ci suggeriscono che cos’è che, davvero, vogliamo fare.
Non c’è “impossibilità” di fronte alla scelta, secondo Abbagnano. Se siamo colti dall’angoscia e restiamo immobili di fronte al futuro, è perché in realtà non disponiamo di alcuna decisione. Siamo inautentici. Siamo impallati su a youtube guardare le interviste di Jimmy Fallon e – con la coda del pensiero – ci chiediamo perché. La risposta è che non abbiamo deciso niente, e quindi non abbiamo scelta né possibilità.
Le decisioni autentiche, al contrario, sono la fonte di ogni possibilità. Esse costituiscono, nei termini di Abbagnano, la nostra possibilità trascendentale, ovvero la condizione di possibilità di ogni altra possibiltià:

«Si deve intendere per struttura la forma che costituisce come situazione finale la pura possibilità della situazione iniziale»

Suona complesso, ma è un’immagine facile. Per il secondo articolo di fila (il primo era questo) voglio citare una frase di Johnny Flynn: Se stai sull’altalena, non puoi giocare nella sabbia (Kentucky Pill). La decisione che hai preso, quando hai detto «Voglio fare questa cosa» implica che ora, posto di fronte alle infinite possibilità della vita quotidiana, saprai benissimo cosa scegliere.

Il futuro, in questa prospettiva, non è uno stillicidio di occasioni e di scelte possibili. Ogni scelta apre il futuro, la decisione allarga l’orizzonte.
Una possibilità – un’occasione, quando è colta – è l’apertura ad altre nuove possibilità e occasioni. Se a quel tempo non avessi scelto di fare così, ora non potrei scegliere di fare cosà.
La morte del futuro è l’indecisione e il conquistatore codardo è prigioniero della sua stessa fortezza. Ed è già morto.

Quest’estate sono incatenato alla tesi di laurea. Prigioniero della mia scelta. Potrei andare al mare, potrei andare in montagna. Potrei, potrei, potrei. Che palle.
Ma un anno fa, di certo non avrei potuto trascorrere un’estate così. Un anno fa non potevo scrivere la tesi di laurea. E se non avessi scelto di iscrivermi a Filosofia non avrei ma potuto fare niente di ciò che ho fatto in questi ultimi anni. Niente esami, niente erasmus, niente articolo su Nicola Abbagnano.
Le mie possibilità di oggi sono l’apertura delle mie scelte di ieri.
La mia decisione futura costituisce la struttura delle mie possibilità di oggi: la parola chiave è progetto. Il futuro non è fatto come una malsana letteratura fantascientifica ce lo racconta, con dimensioni parallele e mondi alternativi che si dipartono da questo istante. Il futuro è fatto di scelte, esattamente come il passato: le decisioni sul mio futuro hanno conseguenze sul mio presente.

Non esistono occasioni perdute. Un’occasione è, ma solo quando è colta.

Il resto è impossibile astrazione. È tempo perso.

 

 

Le immagini di Nicola Abbagnano (e alcuni spunti di riflessione) sono tratti da http://www.abbagnanofilosofo.it/ un sito molto tenero che raccoglie fonti, commenti, documenti sulla vita e l'opera del filosofo.

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