Il fuoco nudo di Neruda

Partiamo dal presupposto che non sono un’erudita di Neruda. E già qui dovrebbe cadere il patto narrativo-oltre che le braccia.
Come si fa a leggere un articolo su Neruda da una che di Neruda sa ben poco?
Però potrebbe essere un viaggio interessante.
Non so molto Neruda, ma so l’amore, e i Cento sonetti d’amore non parlano, ovviamente, d’altro.
Non so molto Neruda, ma è uno di quei casi in cui il narratore (io) smette di essere onnisciente e prende per mano il lettore (i miei 25 lettori manzoniani, che questa volta saranno davvero 25 e non una falsa modestia) ignaro, per percorrere insieme un piccolo tratto di bellezza.
Capace che dal cilindro ne esca qualcosa di buono, se uniamo alla mia penna la vostra curiosità paziente-paziente.

E quindi, oggi cercherò di portarvi in Cile, tra le labbra di una donna amata, nelle fronde e nei fiumi di luna, alla ricerca di un poeta che seppe fondere l’amore e la vigna, le labbra e le colline, la donna e la terra.

Alla ricerca di Ricardo Eliécer Neftalí Reyes Basoalto.

Alias, Pablo Neruda.

Ora, se dobbiamo avere un punto di partenza in questo viaggio, tanto vale che quello sia proprio Neruda, non come poteva essere ma come, effettivamente, era.
E’ un bel gioco che faccio con ogni scrittore, artista, poeta, ma dobbiamo saperlo fare bene. Prendete una foto di Neruda, una qualsiasi. Magari che gli renda un poco giustizia. Fatto? Okay.
E ora guardate tre cose fondamentali.

 

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Gli occhi, gli occhi, come sono?
No, ma cosa avete capito, chissenefrega se sono piccoli tondi rossi bianchi blu.
Non guardate gli occhi, ma negli occhi.
Con Neruda questo gioco si fa difficile. Ha qualcosa di non detto, e per quanto mi riguarda affacciarmi su quegli specchi mette una sorta di brivido che scorre. Sembrano non avere una fine mai, quegli occhi. Come un tunnel, come il mare. Dove inizia il mare, dove finisce? E allora per una donna diviene facile caderci dentro anche senza vino addosso, diventa facile tuffarvici, perdersi.
Ma poi, come se ne esce?
Ecco, gli occhi di Neruda mi fanno un poco paura. Sembrano un po’ persi, ma non di quella malinconia che piace a me. Ma di serietà gravosa, di un peso che finge di mostrare sul petto a medaglietta, mentre è qualcosa di più scavato, più intimo. Intimus, latino, dentro. Chissà che c’ha dentro, Neruda, alla fine di un tunnel.
Una luce, un treno, un male, il mare.

E poi le labbra. Ecco, secondo me Dio doveva essere un poco stanco dopo tutta quella faticaccia degli occhi, si era stancato, aveva iniziato con cura il lavoro e poi si è proprio rotto-se solo Dio esistesse, saprebbe rompersi in mille mezzi, ad immagine e somiglianza dell’uomo o viceversa.
Allora ha tracciato una pennellata poco carnosa e bella lunga e toh, le labbra di Neruda. Comuni, forse.

Però quante donne avranno incontrato, quante ammaliato e quante dannato?
Quanti versi avranno pronunciato, e quante parole d’amore per imbrogliare?

Una donna mica si innamora di labbra belle.
Si innamora di labbra che le rendano giustizia. Di labbra che la sappiano amare e marcare.

Poi le mani, ecco, le mani.
Studiatevele un po’. E che è, sono importanti le mani? Certo. Con le mani ami, scrivi, disegni in aria.

Una donna si innamora delle tue mani,
perché da quelle capisce se la saprai proteggere,
accarezzare, sostenere, trattenere, possedere.

Quindi, ricapitolando, occhi profondi- banalmente parlando- labbra un poco comuni e mani che scrivono. E se prima avevate dei dubbi, ora non dovete stupire sapendo che Matilde lo amava, come solo una donna può. E prima di lei due altre mogli, e presenze vaganti di donne, leggere.

Ma, Matilde, la sua “Regina”.

 

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Matilde era bella, va detto.

E Pablo quando la conobbe era sposato, va detto anche questo.

Matilde Urrutia. Cantante, otto anni più giovane, titolare di una chioma rossa (come quella bellissima, erotica e diabolica della Sìerva Maria di Garcia Marquez), che le valse gli immortali soprannomi di «Chasca» e «Pantoja», nelle centinaia di lettere che Neruda le avrebbe indirizzato fino all’anno della sua morte, pur vivendo insieme. Non c’è cosa più bella dello scriversi a un palmo di naso. Ci sono un sacco di cose che filano via e che la scrittura riesce ad imbottigliare. Ma senza rumore. Va immaginato così: senza un soffio. Scrivere è una forma sofisticata di silenzio.

Lei, rossa bellissima, ricorda «Pablo molto serio», mentre spiegava al satellite che «non potevamo sposarci sulla Terra, però che lei, la musa di tutti i poeti innamorati, ci avrebbe sposato in quel momento, e che questo matrimonio lo avremmo rispettato come il più sacro». Aspettavano un bambino, quella sera di vino borghese sulla terra del Cile, 31esima strada, uno dei tre che non sarebbero mai nati. Il loro unico figlio, «meraviglioso e grosso 180 pagine», sarebbe stato un libro, il più famoso di Neruda, I versi del Capitano che, per riguardo a Delia (che al tempo era ancora appunto moglie del poeta, tra l’altro più anziana di lui di vent’anni), sarebbe uscito, in prima edizione, anonimo.

Perchè proprio Matilde, perché non tratteggiare Delia, se anche lei fu un amore di Neruda?
Prima di tutto, la chioma rossa. Non si può non scrivere di una donna con il fuoco nelle tempie.
Secondo punto, Matilde non fu un amore, non fu una donna, ma LA donna, la protagonista dei “Cento sonetti d’amore”, la vera storia poetica di Neruda che incontrò oltre il mezzo cammin della sua vita.
Forse non tutti possiamo permetterci di essere felici, ma ciascuno dovrebbe avere diritto a quell’amore che ti stravolge le colazioni, i risvegli e le sieste.
Quell’amore fu Matilde.

“Ho fame della tua bocca, della tua voce, dei tuoi capelli e vado per le strade senza nutrirmi, silenzioso,  non mi sostiene il pane, l’alba mi sconvolge, cerco il suono liquido dei tuoi piedi nel giorno.”

Il suono liquido..
Qualcosa che scorre, un’acqua, un mare, l’oceano mare che irrompe e si scaglia nelle orbite.

Un oceano mare rosso sangue.

Ritratto di Matilde Urrutia di Diego Rivera

 

E così nell’intero libro, i Cento sonetti d’amore, non troviamo un tema nuovo- quando ha inizio l’amore? Quando finisce il mare?- ma riscontriamo lo sviluppo, in forme di accentuata originalità e autonomia, di un motivo che viene di lontano. E quindi Matilde equivale, per Neruda, alla terra: il bacio dato alla donna rappresenta l’unione con il mondo, il respiro dell’umanità, sia pure brezza malinconica. Per il poeta è l’amore l’elemento che schiude la natura e le dà speranza, una sorta di dignità nuova, più pulita, miracolo che si verifica grazie a un irrompere di una chioma che ha in sé il colore dell’erotismo casto.

E quindi voi fate un altro gioco. Guardate un sonetto, ma uno a caso.
E tack, ci trovate il binomio donna-terra, mare, natura, elementi del creato come in un novello cantico in cui Dio è donna- se solo esistesse, Dio, donna.
Proviamo?

“Quando l’amore come un’onda immensa ci sfarcellò contro la pietra dura c’impastò in un’unica farina.”

 

Tak

 

“Per questo canto il giorno e la luna, il mare, il tempo, tutti i pianeti, la tua voce diurna e la tua pelle notturna.”

 

Tak

“Mentre tu esci dal mare, nuda, e torni al mondo pieno di sale e di sole, statua riverberante e spada dell’arena.”

E poi..

Voglio fare con te ciò che la primavera fa con i ciliegi.

La produzione di Neruda è tutta una specie di cantico delle creature, ma con una forte carica di eros, che forse è una delle origini platoniche del misticismo. Un’immersione nel mondo esterno, come se l’interiorità non esistesse, come se l’uomo fosse solo una docile fibra dell’universo, come se l’uomo divenisse uomo con dignità, con un nome, con una ragione nera e per questo degna di esistenza grazie alla donna. Grazie a dei capelli, quanti capelli che hai, non si riesce a contare, sposta la bottiglia e lasciami guardare, se di tanti capelli ci si può fidare.

L’amore per il poeta Cileno fu questo: un motivo di vivere l’acqua e le erbe della primavera, un motivo per cogliere i fiori bianchi più alti dei ciliegi più imponenti.
Un motivo per viverci. Dandoci tempo, dandoci spazio. E il tutto, grazie a una donna.

Una donna, nuda.

Nuda sei semplice come una delle tue mani, liscia, terrestre, minima, rotonda, trasparente, hai linee di luna, strade di mela, nuda sei sottile come il grano nudo. Nuda sei azzurra come la notte a Cuba, hai rampicanti e stelle nei tuoi capelli, nuda sei enorme e gialla come l’estate in una chiesa d’oro. Nuda sei piccola come una delle tue unghie, curva, sottile, rosea finché nasce il giorno e t’addentri nel sotterraneo del mondo. Come in una lunga galleria di vestiti e di lavori: la tua chiarezza si spegne, si veste, si sfoglia e di nuovo torna a essere una mano nuda.

Nuda sei azzurra come una notte a Cuba.
Ed è subito bellezza.

 

 

A cura di Arianna Mariolini

 

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