Meriggiare pallido e assorto – Eugenio Montale

Proviamo, senza grosse pretese, a commentare (o meglio, a raccontare) “Meriggiare pallido e assorto”, poesia di Eugenio Montale, inclusa nella raccolta Ossi di seppia (1925).

A cura di Roberto Testa

 

Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe dei suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

 

 

Seduto su una scarna sediolina, nelle ore più calde di una giornata di fine estate, mi guardo intorno e penso.
In silenzio, senza che nessuno possa distrarmi dai miei pensieri, dal mio sentire. E senza avere la pretesa di dover trovare qualcosa di bello, qualcosa di importante.

Guardo – anzi osservo, perché col tempo ho capito la differenza tra guardare e osservare – e vedo, grazie ai miei piccoli occhi, la vegetazione piuttosto secca a causa del clima arido. Ma ancora prima di osservarla con attenzione, mi concentro sui suoni.

Il suono della natura che mi circonda, il suono della vita che a momenti sembra non esserci. Rumori comuni, come versi di animali, merli, gazze, serpi, bisce, insomma, nulla di spettacolare e di raro. Però mi concentro bene e aguzzo la vista, e li trovo lì, nelle loro naturali faccende : chissà cosa pensano, chissà che intenzioni hanno, chissà quale è lo scopo della loro vita!

E, abbassando la vista, mi imbatto in una serie di formiche, che vanno avanti e indietro a fila indiana, quasi freneticamente, senza un ordine ben preciso, confusamente. Non so perché, però mi ricordano noi uomini, che viviamo in una realtà incontrollabile, sempre di fretta, sempre di corsa, con movimenti ormai meccanici ma che spesso non hanno un fine, una meta, uno scopo.

Le formiche forse hanno quel fine, quella loro idea di voler conservare qualcosa per la stagione più fredda, ma la loro esistenza è così fragile e continuamente a rischio. Mi basterebbe alzare e abbassare il piede per schiacciarne un paio e mettere la parola “fine” alla loro triste vita. Eppure ci provano, rischiano, vivono. Ma non si capiscono, sembrano più confuse del solito.

Alzo nuovamente gli occhi e mi accorgo che la vita è davanti a me. La sento, è lontana. Sembra quasi un mare, il mare di vivere, il mare dell’infinito. Ma non riesco a percepirla tutta, è troppo lontana da me e io sono troppo pigro per alzarmi da questa sedia e avvicinarmi. Il mio attimo estatico, la mia ispirazione poetica non può essere fermata, non può.

11/12/1960 Eugenio MONTALE nel salotto di casa sua (1896 Genova - 1981 Milano) Poeta italiano FARABOLAFOTO 391103
11/12/1960
Eugenio MONTALE nel salotto di casa sua (1896 Genova – 1981 Milano)
Poeta italiano
FARABOLAFOTO 391103

E allora continuo ad osservare e ad ascoltare. Perché, altra cosa che ho imparato grazie alla vita, spesso guardare non basta : bisogna saper ascoltare. Una donna, la mia donna, mi ha insegnato ad ascoltare. Non poteva vedere, non riusciva a vedere, la mia mosca, ma sapeva sentire. Prima con il cuore e poi con le orecchie. Nella sua umiltà, nella sua “impotenza”, riusciva a raggiungere e a comprendere cose che io, poeta e intellettuale, non vedevo nemmeno. E non aveva bisogno di occhi per vedere.
Che riflessione fuori luogo, lei non c’è più, e per me è il vuoto.
Ad ogni gradino.

Lo scricchiolare della vita, del tempo, di questo eterno panta rei, è battuto da picchi e cicale, presenti, nonostante il clima e l’habitat poco accogliente. Chissà quale sarà il loro compito, a questo punto, mi domando. Fare da metronomi, da orologi? Scandire il tempo, secondo per secondo? Non lo so, onestamente, la vita ogni tanto è strana e misteriosa.
Questo momento poetico è finito, è passato, è andato via come ogni altra cosa. Ed è proprio ora che penso e ripenso alla vita, in ogni sua forma, dalla più piccola alla più grande, dalla più umana alla più animalesca, in ogni tipologia. Mi viene da pensare, nel bel mezzo di un deserto, ad una muraglia infinita, un po’ come un muro alto che però non è semplice da scavalcare perché ha in cima del vetro rotto e frantumato in pezzi, milioni di pezzi, aguzzi e pericolosi : appoggiarsi con le mani per sporgersi e vedere cosa c’è dall’altra parte non si può, perché si perderebbero le mani e si cadrebbe a terra, privi di sensi.

Ma cosa c’è dall’altra parte del muro? Forse il senso della vita, forse il mare della conoscenza, forse le risposte a tutti i miei interrogativi, a tutto ciò che appare essere privo di senso e di motivazione. O forse non c’è nulla, forse è un cattivo gioco voluto da qualcuno chissà per quale motivo.

E allora continuo a seguire e seguitare questo muro, alla ricerca di una crepa, di uno spazio attraverso il quale intravedere e osservare ciò che accade dall’altra parte. Ma non trovo nulla, nessun segno, nessuno spiraglio; non ho il coraggio di poggiare le mani sulla sommità di quel muro, il gioco non vale la candela, morirei e non potrei più vivere, non potrei più scrivere, sognare, sperare, sentire.
Allora continuo a vivere un’eterna solitudine nel disperato e irreale tentativo di elevarmi e trovare veramente il senso di tutto questo travaglio che è la vita.

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Roberto Testa

Sono Roberto, classe '96, siciliano. Studio Storia presso l’Università degli Studi di Torino e Contrabbasso Jazz presso il Conservatorio "G. Verdi" di Torino. La storia è molto probabilmente la passione più grande della mia vita, insieme alla musica, alla filosofia e alla politica..

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