L’uomo dal muso di cavallo

“Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno.”

 

Un’allitterazione della vocale “o”, se la notate.
La parola “ramo”, che, come tale, sembra aprirsi a quella “a” per poi chiudersi al sopraggiunger della “o”.
Sembrerebbe il verso di una poesia.
Un incipit sì dolce.
Una poesia, in un certo qual senso, potrebbe esserlo.
Fatta di 38 capitoli, di brigatelle e galantuomini, di vasi di coccio, di ferro.
Di bellezza, che traspare da queste prime parole.
Sembrerebbe presente anche calma, beatitudine.
Già ce lo immaginiamo il nostro Manzoni scrivere all’ombra di un albero, scrivere tranquillo e calmo, così lieto nel rimirar quel ramo del lago..
Magari in una giornata affollata, con bambini che giocano per le vie, una domenica soleggiata, i panni stesi, donne che cantano mentre svolgono le faccende domestiche, uomini che passeggiano.
Bello, nevvero?

No, ecco, scordate questa immagine.
Scordate il Manzoni affabile e calmo, quella calma del nostro narratore che avete sicuramente trovato leggendo quel magnifico tomo.

 

Manzoni non era calmo, tranquillo, leggiadro e affabile.
Oh, e niente luoghi aperti e affollati.
Gli eran tediosi e temeva a tal punto gli spazi aperti e i luoghi affollati da uscire di casa solo se accompagnato da qualcuno.
Soffriva infatti di agorafobia (dal greco “agorà”, piazza, e “fobia”, ovvero paura): paura per gli spazi aperti, in modo particolare per quelli affollati.
Le prime manifestazioni di tale disturbo si verificarono intorno al 1810: il 2 aprile di quell’anno il primo episodio, quando in occasione della festa parigina per il matrimonio di Napoleone con Maria Luigia d’Austria, durante i festeggiamenti decisamente affollati, smarrì la moglie Enrichetta Blonden, rifugiandosi allora disperato nella chiesa di San Rocco in cui, come un’apparizione della Vergine, ritrovò la sua amata (e si avvicinò dunque alla religione cristiana).

 

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Un’“angoscia incontenibile” lo coglieva poi all’improvviso in determinati momenti: altro non sarebbero se non, secondo una moderna dicitura medica e psichiatrica all’epoca sconosciuta, attacchi di panico piuttosto forti, di cui Manzoni scrive nei suoi appunti.
Uno di questi colpì lo scrittore mentre si trovava nella bottega di un libraio; l’input arrivò con la notizia della disfatta di Napoleone a Waterloo, che gli fece temere per le sorti dell’Italia.

Ma ansie e panico a parte, aveva il dono della parola, nulla da dire. Sapeva carezzarle, sceglierle, domarle come un domatore, lanciarle in aria e riprenderle come il migliore tra i giocolieri, suscitare maraviglia facendole fruire d’innanzi allo spettatore, come un nastro fatto danzar da una ballerina.
Questo, questo era grandioso.
Sulla carta.
Quando si trattava di sentenziar qualcosa in pubblico, o anche solo scrivere dediche alla presenza di qualcuno, il nastro si rompeva, la tigre che domava lo divorava, le palle da giocoliere sprofondavano ai suoi piedi.
Non ne era assolutamente capace, data la sua balbuzia: un difetto talmente grave che riguardo a questa fobia verbale del Manzoni ha scritto il Lombroso concludendo un suo studio psichiatrico sul grande scrittore affermando che egli era un “degenerato al pari dei delinquenti nati”.

Un incontro importante avviene invece nel 1827: per studiare meglio la lingua del grande Dante e poter così lavorare con maggior cognizione alla revisione linguistica del Romanzo, si reca nella città dei Medici, delle arti, della letteratura per eccellenza: la bella Firenze. Qui ha modo di conoscere il conte Giacomo Leopardi, allora 29enne uscito da pochi anni dalle mura recanatensi.
L’incontro tra i due avviene il 3 settembre in occasione di un grande ricevimento in casa del Vieusseux, in cui si festeggia l’arrivo nella città di Manzoni stesso e della madre, Giulia Beccaria.
Leopardi appare “rincantucciato e solo”, di poche parole col festeggiato.
Anche se la madre di Manzoni concepirà subito molta simpatia per Leopardi e le figlie piangeranno sui suoi versi, Manzoni non ha lasciato testimonianze scritte riguardo la conoscenza del Leopardi, ma solo qualche sbrigativo, negativo giudizio in colloqui privati, mentre il Conte stringe in brevi commenti epistolari l’impressione che gli deriva dall’incontro con un uomo degno del successo che gli ha visto crescere intorno, senza tacere però le riserve soprattutto sulla prosa.

 

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Per quanto riguarda invece la vita strettamente sentimentale, sappiamo che Manzoni ebbe ben 10 figli: Clara, Enrico, Matilde, Pietro Luigi, Luigia Maria Vittoria, Cristina, Giulia Claudia, Vittoria, Filippo e Sofia. Manzoni assistesse alla morte di molti, tra questi, mentre altri morirono alla nascita o di pochi anni d’età.
Si sposò due volte: la prima con Enrichetta Blondel, ginevrina che morì nel 1833, e in seguito, 4 anni dopo, con Teresa Borri, vedova Stampa.

Manzoni era inoltre un figlio illegittimo: proveniva, dal lato materno, da una famiglia illustre, i Beccaria. Il nonno materno di Manzoni era Cesare Beccaria, autore del trattato “Dei delitti e delle pene”, nonché uno dei principali animatori dell’illuminismo lombardo. A detta del Manzoni stesso, lui e il nonno si conobbero soltanto una volta, in occasione della visita della madre presso il celebre padre.
Fu dal padre che Giulia Beccaria, e quindi in seguito Alessandro Manzoni, ereditò il carattere aperto alle innovazioni, curioso, vivace, quasi leggiadro e affamato delle novità. Nonostante il padre legittimo fosse Pietro Manzoni, è molto probabile che il padre naturale fosse un amante di Giulia, Giovanni Verri (fratello minore di Alessandro e Pietro Verri). Con Giovanni, uomo attraente e libertino (e quindi a lei molto somigliante), ella aveva avviato una relazione già nel 1780, proseguendola anche dopo il matrimonio.

 

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Dalle parole di Niccolò Tommaseo si evince che Verri fosse il vero padre dello scrittore, e che quest’ultimo ne fosse pienamente a conoscenza:

 

«Anco di Pietro Verri [Manzoni] ragiona con riverenza, tanto più ch’egli sa, e sua madre non glielo dissimulava, d’essere nepote di lui, cioè figliuolo d’un suo fratello».

 

E’ il 6 gennaio del 1873 quando Manzoni, ultraottantenne, cade fuori da una Chiesetta.
Mesi di malattia, allucinazioni, invocava i figli malati, vaneggiava.
Era il 22 maggio, quando “l’uomo dalla faccia di cavallo”, come lo definì Umberto Eco, si spense.
Portò con sé ansie e dolori.
A noi lasciò una giovane pudica, un galantuomo (vero) e un matrimonio.
Che non s’avea da fare.

 

Arianna Mariolini

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