La filosofia è obsoleta

a cura di Simone Innico

 

Quando mio bisnonno è nato, Friedrich Nietzsche era ancora vivo. L’umanità superava di poco il miliardo di individui. Sul trono del Regno d’Italia sedeva Umberto I di Savoia.

I fratelli Wright ancora non sapevano volare e mio bisnonno prima di morire vide l’allunaggio di Neil Armstrong e Buzz Aldrin. Attraverso un apparecchio video-sonoro chiamato televisore.

Mio bisnonno ha visto e preso parte a due guerre mondiali.

Non ha fatto in tempo a conoscere la rivoluzione mediatica di internet e non assistette al crollo del Muro che da quattro decenni divideva il mondo, ma comunque a un certo punto avrebbe detto pure mo’ basta co’ ‘sta roba.

 

Armchair philosophy

La filosofia è obsoleta.

Una società di massa domanda un pensiero di massa, una società complessa domanda un pensiero complesso. Più complesso. Ancora più complesso. La classica filosofia europea, come da secoli a questa parte si è praticata, non è più adeguata (sempre che mai lo sia stata, e questo è tutto dire).

La nostra rappresentazione della filosofia occidentale è dominata dalla figura del Grande Filosofo, col suo grande pensiero e sguardo lontano. Che coglie il dettaglio, che costruisce il sistema.

Una figura del genere è un vecchio residuo dell’idea di intellettuale alto-borghese, diciamo anche il philosophe illuminista. La cultura del fermarsi, sedersi e ponderare le grandi questioni è una pratica che nei secoli si è potuta permettere solo una ridotta percentuale della popolazione colta e benestante: placida ponderatio de le cose de lo mondo intiero, in quanto disciplina emancipata da le altre scienzie et intendimentii.

Una sola caratteristica ha in comune la classica pratica filosofica con la raffigurazione iconica del philosophe illuminista: il pensiero individuale, il soliloquio pretenzioso. Così il sapiente accademico era solito sedersi, alla sua sinistra i dialoghi di Platone, alla sua destra l’Enciclopedia delle Scienze Filosofiche di Hegel, e apriva bocca. Diceva la sua.

Questa è esattamente la cosiddetta armchair philosophy. La definizione è di J. L. Austin (1911 –1960): filosofia da poltrona1. L’arrogante pretesa di saper dire qualcosa di esaustivo circa le determinazioni profonde, reali o irreali che siano, di quel campo d’azione che una moltitudine di individui hanno popolato e popoleranno nei secoli: il Tutto.

Il filosofo, dalla maestà della sua poltrona, vede tutto e sul tutto può disquisire. E il Tutto aspetta trepidante il suo savio responso, non è vero? Non è vero.

Governi di maggioranza e sofferenze di minoranza, terrorismo e discriminazione, diritto all’autodeterminazione dei popoli e politiche dell’odio, manifattura del consenso e colonizzazione della memoria collettiva: queste sono tante parole che la realtà pronuncia da sola, senza che il pensatore solitario abbia qualche voce al riguardo.

Anche se britannico e non americano, Austin fu di certo un uomo nutrito di sano pragmatismo. Esponente di punta della filosofia analitica2, quella branca della filosofia contemporanea che fa sua la massima operativa di seguire attentamente e costantemente i più recenti sviluppi delle scienze, tanto le “scienze scienze” come fisica, matematica e una buona dose di logica, computeristica e linguistica, quanto delle scienze sociali: psicologia, sociologia, economia, teorie della politica. Una costante collaborazione e mutuo profitto tra pensiero filosofico e pensiero più specificamente scientifico.

Sottolineo, e vedremo più avanti il perché: una cooperazione, un concorso di pratiche, che da vita a un lavoro collettivo.

La storia della filosofia occidentale, al contrario, è stata storia di meditazioni solitarie, letture e commenti di altri pensatori solitari, pubblicazioni di testi per esperti lettori solitari.

 

La pratica di consapevolezza

C’è un senso nel quale la solitudine del pensatore è necessaria e custodisce un pregio non indifferente: quando questi non è un filosofo di professione, ma al contrario esercita un altro mestiere del quale la filosofia è funzione aggregata.

Uno scienziato raccoglie dati, teorizza, sperimenta. Si ferma. Ci pensa. Ritorna a lavorare

Un ministro, un capo di governo, un diplomatico, trattano questioni di peso internazionali, progettano, sperimentano. Si fermano. Ci pensano. Ritornano al lavoro.

O anche, perché no, un artista: dipinge, cancella, sperimenta. Si ferma. Ci pensa. E ricomincia.

La pratica di consapevolezza è quella breve parentesi in cui si produce il vero contributo della filosofia: considerare le implicazioni di quel che si è fatto e di quel che si progetta di fare. Implicazioni reali, morali, spirituali, metafisiche o religiose: poco importa. Implicazioni, conseguenze, responsabilità.

Praticare la consapevolezza è probabilmente il barlume originario della filosofia come fino ad oggi l’abbiamo sempre intesa. Ma con la storia tutto si sedimenta e istituzionalizza. La filosofia si fa mestiere, si burocratizza, si fa accademia. Il nostro caro vecchio Heidegger non la pensava tanto diversamente, quando considerava l’evoluzione storica del pensiero che si fa “scuola” in quanto processo di morte del pensiero stesso3.

Emancipandosi dal suo fare, la pratica di consapevolezza diventa teoria. Una pratica fuori dal fare è un pesce all’asciutto.

 

Filosofia debole

Se le parole di un autore vissuto centocinquant’anni fa ci suonano ancora così sorprendentemente attuali, è forse perché sono parole senza tempo? che colgono frammenti di verità umane e immortali?

No. È a causa del nostro pensiero, che è fermo a centocinquant’anni fa.

È Nietzsche che è sempre attuale, o sono io che sono inattuale? La seconda, purtroppo: non ho ancora accettato che il contesto di quel testo si è oramai completamente rivoltato e ha assunto un volto drasticamente inedito. Che il mondo, intorno ai libri dei grandi filosofi del passato, è diventato un mondo diverso. Più complesso.

Il novecento ha tentato di dire qualcosa al riguardo. Lo scorso secolo si è aperto con l’orrore della razionalizzazione e burocratizzazione della morte su larga scala, e questo ha portato la filosofia continentale ha dichiarare il suo ripudio per il pensiero totalizzante, con la sua pretesa di onniscienza e i suoi grandi sistemi onnicomprensivi. Il pensiero totalizzante è dominio totalitario.

Abbandonate le imponenti fortezze dove la filosofia sistematica post-ottocentesca s’era inerpicata, scendemmo giù, tra i pensieri volgari. La filosofia si è svegliata dal sogno, e si è svegliata in mondo più duro di lei. Ha chinato il capo, indebolita4.

Specificamente italiana è la nozione di pensiero debole, coniata da Gianni Vattimo e Pier Aldo Rovatti, e che si inscrive pienamente all’interno della filosofia postmoderna europeo, o ancor meglio: contintentale.

La reazione al delirio di onnipotenza del razionalismo europeo, erede diretto del secolo dei lumi5, produsse uno schock sulla filosofia europea. In questa prospettiva, il pensiero postmoderno è un primo barlume di consapevolezza: che la realtà è più grossa del nostro pensiero, ma proprio un sacco più grossa.

Ma quando dico che la filosofia è obsoleta dico che, se la nostra rappresentazione di ciò che filosofia è –di ciò che un filosofo fa– è questa pratica solitaria che fin qui vado criticando, allora sì: siamo persi in un mondo che non c’è6.

E se questa è la filosofia che vogliamo fare, allora è solo un tentativo arrogante. Nient’altro. Non è un’impresa eroica, non è la ricerca del senso profondo, non è niente. E non ha speranza di riuscita.

 

Il mestiere del filosofo

Tutto quanto ho scritto finora ripercorre una serie di riflessioni che –in un momento di confusione e demoralizzazione universitaria– sono scaturite da un testo del professor Diego Marconi: Il mestiere di pensare (2014), presentato in questa intervista.

Dopo aver constatato la definitiva obsolescenza della filosofia –o di una certa immagine di “filosofia” che ancora sopravvive nell’immaginario–, il professor Marconi inizia a dipingere quale fosse il reale volto della filosofia contemporanea.

La complessità ha travolto e stravolto la filosofia, sotto tanti aspetti. Vediamo l’aspetto quantitativo.

Il professor Marconi elenca una serie di numeri sorprendenti: se guardiamo al panorama italiano sul finire del secolo XIX, i professori di filosofia, tra docenti universitari e di scuola superiore erano esattamente: 47 + 85.

Centotrentadue filosofi7.

Oggi, l’ordine di grandezza dei filosofi di professione –questa comunità intercontinentale che legge, scrive e pubblica testi di filosofia–  ha oramai raggiunto le decine di migliaia.

La filosofia contemporanea dal secondo dopoguerra ad ora ha iniziato a prendere a calci l’archetipo (o stereotipo?) del Grande Filosofo. Per lo meno all’inizio dello scorso secolo, ancora ci si poteva permettere un’immagine del genere.

Che cosa si chiedeva ad un filosofo? […] fornire un’immagine di tutto: un’immagine che desse conto di tutti gli aspetti principali dell’esistenza dell’uomo e del mondo. Quindi moralità, religione, diritto, economia, politica, arte, scienza, la natura umana la storia dell’uomo… e tutto questo doveva poi essere in qualche modo “coronato” da un qualche discorso sulla filosofia, sull’essenza della filosofia, sulla vocazione della filosofia, eccetera, eccetera.

(prof. Diego Marconi, nella citata intervista)

Il numero complessivo degli abitanti del pianeta dediti allo studio e riflessione filosofica ancora lo consentiva.

Ora no. Semplicemente, icasticamente, no. Non so cosa voglia dire “icastico”.

Ora, come suggerisce ancora Marconi, la filosofia ci presenta tre alternative:

1. darsi al dilettantismo che è precisamente il lavoro dell’armchair philosopher, quello che pretende di sapersi pronunciare comodamente seduto in casa sua, e magari contribuire alla progressione del sapere umano (senza per altro mai tenere in considerazione l’immensità della comunità filosofica e scientifica che ogni giorno pensa, scrive e legge in quantità tali che lui singolo filosofuccio non potrà mai pensare, scrivere e leggere)

2. darsi all’inventiva tematica, cioè viaggiare per istinto, spizzicando qua e là le produzioni di autori più disparati, andando alla ricerca di una qualche misteriosa connessione incognita tra pensieri che tra di loro distano migliaia di chilometri, e magari anche migliaia di anni8

3. lo specialismo: tentare di circoscrivere un campo di ricerca al quale poter dedicare un «lavoro onesto, utile», un lavoro che un essere umano in carne e ossa può materialmente sostenere per una buona dose di tempo

Ecco. Quest’ultimo: lo specialismo è propriamente lavoro collettivo. Un’impresa plurale. Uniti sotto un paradigma condiviso, gli specialisti si mettono all’opera.

Non c’è nessun grande filosofo con tutte le risposte a tutte le domande. C’è piuttosto una comunità filosofica che affronta l’impresa al pari di una grande équipe. Scompone pezzo pezzo la domanda e assegna a ciascuno degli specialisti la sua parte di compito collettivo.

Chissà che in futuro i prodotti di questo lavoro filosofico altamente professionale non arrivino a noi per vie inaspettate. Per ora, sembra che no.

È un mestiere artigiano le cui opere bisognano di lungo tempo per vedere la luce.

Ciò nonostante, proprio come lo scienziato, anche il mestiere del filosofo consiste nel fare, scoprire, sperimentare. Fermarsi. Pensarci. Ritornare a lavorare.

Chissà: anche lo specialista filosofico potrebbe concedersi una dose di sana, antica, pratica di consapevolezza.

 

I biscotti non bastano

Allora sì, la filosofia è obsoleta. Ma possiamo permetterci di salvare qualcosa.

Dovremmo imparare a leggere i classici della nostra filosofia europea come antichi saggi di una cultura esotica. Una sapienza lontana, lontana da tutto ciò che caratterizza la nostra società. Un pensiero che non ha niente a che vedere con il mondo contemporaneo.

Quel che fino a noi è sopravvissuto dell’antica maniera del filosofare è appunto solo quel che si è già detto: la pratica di consapevolezza

La filosofia, se ancora vogliamo tenerla alta in considerazione, altro non è che la consapevolezza. È il momento di consapevolezza di tutte le altre migliaia di attività dell’essere umano. Scienziati, taxisti, preti, minatori, antropologi, jazzisti, giornalisti, pensionati, politici. Se si presenta l’occasione –il tempo, e l’energia per farlo– filosofia è posare il lavoro nel quale si è impegnati, osservare i risultati e considerare le implicazioni di quel che si è fatto. È solo un momento di consapevolezza. Poi si torna, ognuno dove deve, al proprio lavoro.

Ciò detto. Io, Simone: perché fare filosofia? Perché mi concederei, ogni tanto, un po’ di questa filosofia?.

In buona parte perché voglio che le cose diventino diverse. Diverse bene. Cose migliori.

Le cose dentro alle esistenze di tutti; nella mia da solo; in quella delle persone che conosco e che amo; degli estranei che conoscerò e anche di quelli che non conoscerò; del rapporto tra questi e la loro propria esistenza; del rapporto tra le loro esistenze e quella condizione di possibilità di tutte le esistenze chiamata quel-mondo-là-fuori; delle relazioni umane tra queste succitate categorie di persone; delle condizioni di vita in cui queste relazioni si realizzano.

Queste sono le cose che voglio che diventino migliori.

Ma non so come.

Da qui nascono le domande della filosofia, della consapevolezza. Ma non sta alla filosofia rispondere: bisogna tornare al lavoro.

Se sapessi che la soluzione all’intero problema della nostra esistenza è la manifattura dei biscotti, farei senz’altro biscotti. Per tutti. Biscotti a profusione.

Purtroppo però, i biscotti non bastano.

E lo ripeto: non basta neanche la filosofia.


  1. Il passaggio più famoso in cui Austin, che fu poi il padre teorico della cosiddetta filosofia del linguaggio ordinario, impiega l’espressione “armchair philosophy”, ci offre inoltre un’immagine molto suggestiva: «Il nostro comune assortimento di parole incorpora tutte le distinzioni che l’umanità ha ritenuto di dovere tracciare, e le connessioni che ha considerato meritasse mettere in evidenza, lungo la vita di molte generazioni: […] queste sono sicuramente più numerose e valide –perlomeno in tutte le questioni pratiche oridinarie– di qualunque altra cosa voi o io potremmo riuscire a pensare, standocene un pomeriggio seduti sulla nostra poltrona» (J. L. Austin, A Plea for Excuses, 1961). L’idea è che il linguaggio quotidiano sia uno smisurato gigante filosofo, dal quale possiamo attingere una sapienza ben più vasta di quella che potrebbe produrre uno solo di noi preso singolarmente.
  2. Le due macro-categorie di filosofia analitica, di stampo anglo-americano, e di filosofia continentale, più specificamente europea, sono quello che sembrano: etichette. Il pensiero contemporaneo non è così facilmente scomponibile in analitici e continentali, pragmatisti ed ermeneuti, scienziati e poeti. Di certo sono due categorie orientative che consentono di leggere con più facilità gli sviluppi della filosofia novecentesca e dell’inizio di questo millennio. Due tendenze quasi contrapposte: di là la filosofia analitica, rigorosa nel suo linguaggio argomentativo e logico-deduttivo, dedita alla scomposizione metodica della questione e all’analisi (appunto) di tutti i suoi componenti, e dall’altra parte, la filosofia continentale con il suo linguaggio allusivo e figurato, dedita piuttosto alla complessificazione e profondizzazione della questione, con uno sguardo comprensivo sulle sfaccettature e inciongruenze del suo oggetto, sempre attenta a non dire mai nulla che sia troppo esplicitamente conclusivo.
  3. Parlando delle varie suddivisioni delle branche della filosofia, come la conosciamo oggi, in “etica”, “logica”, “ontologia”, “fisica”, “metafisica”, etc.: «Queste discipline nascono nel tempo in cui il pensiero si fa “filosofia”, la filosofia si fa ἐπιστήμη (scienza), e la scienza diventa una cosa di scuola e una pratica scolastica. Nel passare attraverso la filosofia così intesa, nasce la scienza e perisce il pensiero» (M. Heidegger, Lettera sull’«Umanismo», 1947).
  4. Uno dei massimi esponenti della Scuola di Francoforte, nata nel grembo del Institut für Sozialforschung, che si può considerare la capitale della filosofia continentale (vedi n.2) scrisse una voluminosa opera di riflessione etica e critica intitolata Minima Moralia. Meditazioni sulla vita offesa (1951). L’autore era Theodor Wiesengrund Adorno (1903 – 1969) e il suo intento, nella composizione di questa lunga silloge di più o meno brevi aforismi, era quello di muovere minuscoli passi felpati –appunto minimi– dentro il pensiero morale occidentale, oramai devastato dal passaggio di due guerre mondiali e un genocidio razista.
  5. L’idea che l’oscurità e la barbarie delle guerre mondiali siano il genuino prodotto della tendenza illuminista al dominio della ragione sul mondo, è il dilemma principale al quale tentarono di rispondere  il già citato Adorno con il suo collega Max Horkheimer (1895 – 1973) in un’opera a due mani intitolata, per l’appunto, Dialettica dell’illuminismo (1947). Rintracciare la dinamica storica che ha consentito al secolo dei lumi di convertirsi e capovolgere il mondo occidentale nel suo preciso opposto: un secolo di ombre.
  6. E ancora una volta: il pensiero postmoderno è della stessa fattura di quella solita filosofia da poltrona: un pensiero solitario che ha intuito che qualcosa è cambiato, ma ancora si ostina a cercare le risposte nella solitudine del suo studio. Il filosofo postmoderno gira a vuoto per la strada, a mani vuote. E dice cose abbastanza vuote. A tutti. A caso: «Scusi signore, lo sa che viviamo in una condizione postmoderna?»; «Ah sì? Be’… grazie, molto gentile! (Ma guarda chist’ pazz’…)». La “condizione postmoderna” ha investito solo e solamente quella minoranza intellettuale che conosce il significato di “postmoderno”, che ha avuto il privilegio economico di non fare un cazzo e contemplare la fine dei meta-racconti. Mentre il resto della complessità umana, la maggioranza, viveva e cresceva e proseguiva da sola, secondo i suoi termini e mezzi. Infischiandosene completamente delle grandi glosse filosofiche.
  7. E stiamo contando solo i professionisti abilitati all’insegnamento. Aggiungiamo qualche altro filosofo di formazione ma non esercitante la docenza? Farebbe una qualche differenza? Alla mia immatricolazione (2013), i soli iscritti del primo anno erano più di duecento.
  8. (E lo ammetto sinceramente, ma tra parentesi e in nota al piè: questo è precisamente il volo pindarico che io, rigorosamente, intraprendo ogni volta che affronto il pensiero di un autore nuovo)

 

Post Scriptum

Ho citato a più riprese Nietzsche, il profeta baffone. Il prospettivismo del pensiero europeo del secolo scorso è nato da lui: è l’idea che un solo individuo, nella sua singola breve vita, non può fare a meno che presentare un pensiero che è espressione parziale, relativa e partitaria del singolo angolo di mondo che questo individuo occupa.

Esco adesso dopo due ore di ripetizioni sulla «filosofia del mattino, Gaia Scienza, Dio è morto, Oltreuomo, etc.» ed è difficile non restare ammaliati e travolti da un autore come questo. Era un esaltato e un romantico represso, certo, ma sa ancora conquistare il suo lettore.

Ogni volta che il fascino per Nietzsche mi investe, ricordo a me stesso questo promemoria prospettico (che egli avrebbe probabilmente sottoscritto): Nietzsche era un uomo. Uno soltanto. Buttato in un angolo del bar Fiorio, a Torino, senza più amici: era probabilmente l’essere umano più solo di tutta l’Europa di fine ottocento.

Un uomo soltanto non può dare alcuna risposta a domande più grandi di lui. Questo è un autentico prospettivismo.

Ma forse in due, o tre, si lavora meglio. Mille, duemila. Forse in sette miliardi. La risposta alla domanda sulla complessità dell’esistenza –chiamiamola società, chiamiamola storia, chiamiamola vita– non arriverà dal pensatore solitario. Arriverà dalla realtà, arriverà dalla sua stessa complessità.

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