Inetto forse inetto: Italo Svevo

Se dovessi delineare un uomo che seppe ridere beffardo del suo essere, con la labile abilità di prendersi in giro ma mai seriamente, con la sfortunata fortuna di avere l’ago della bilancia della sorte perfettamente in un oscillante equilibrio, quello allora sarebbe- diciamolo, è- Aron Hector Schmitz.
Che, forse, detto così non vi suggerisce nulla.
A chiamarlo Italo Svevo invece potreste sentire risuonare mille parole sussurrate tra i neuroni, Zeno Cosini, fumo, hastag schiaffo padre, hastag sigarette e via dicendo.
L’uomo in un perenne valzer sofisticato e di qualche grado con la vita e la letteratura, strette fortemente in un’alleanza maestosamente maligna se pensiamo alla definizione di “letteratura” secondo Giuseppe Ungaretti.

 

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Per dirvi: si avvicinò alla letteratura agli inizi del 900, dando vita a due opere in realtà altamente sottovalutate, Senilità ed Una vita, romanzi che sono in realtà ritratti dell’uomo tipico al tempo di Svevo. Il problema è che nessuno è mai, realmente e davvero mai, capace di un coraggio altezzoso per guardarsi allo specchio e scoprire tra le rughe del tempo l’odore della corruzione di un’età più privata e personale. E quindi nessuno, davvero e realmente mai, alla pubblicazione dei due volumi (intorno alla fine dell’800) era pronto per leggersi dentro e fuori su qualche pagina poco venduta, pronto per l’abilità di scoprire in quella figura triste dell’inetto se stesso, il ritratto di un uomo moderno.
Italo Svevo ne fu capace con una precoce intuizione: non solo seppe ridere dell’inettitudine degli altri e delle magnifiche sorti e progressive, ma seppe ridere di se stesso, di quell’immagine speculare, con il coraggio sublime e ridicolo di indossare i panni di ciò che andava narrando, di quell’inetto davvero umano troppo umano. E così già in questi primi romanzi troviamo enormi intrecci tra i protagonisti, quell’Emilio, quell’Alfonso e il nostro Svevo.
Iniziando dunque questo gioco dell’oca con l’avvio ad una letteratura con romanzi non apprezzati, proseguendo con un lavoro frustrante e oppressivo, la fortuna che si presenta, agiatezza e sconsideratezza, un’amicizia solida e fruttuosa, un’ode da un giornalista che sarà uno dei grandi del 900 (ovvero Montale), il romanzo che segna la sua vita (almeno all’estero), una morte inaspettata su un’ auto sfrecciante.
Solitamente non amo trattare delle vite degli autori, miro piuttosto alla presa di bellezza nascosta. Ma oggi questo giro dell’oca voglio proporvelo proprio su un banco di gioco nuovo, quello dei giorni dell’inetto che sapeva di esserlo. E quindi, di Italo Svevo, percorrendo poi qua e là passi di bellezza, lasciando che siano le sue righe a parlare e a sbocciare come fiori precoci ed irruenti in un mazzo di carte.

Lancio del dado, anzi due, che se no mica ci si arriva.

1..8..61.
1861: nascita d’Italia.
Nascita di Svevo. Questo cosetto in fasce che ha già l’aria di paesi strani, il sangue che viene da lontano, l’orgia di culture e il parto di spezie sconosciute. Nasce infatti a Trieste, città di confine, ed ha in sé la cultura italiana, la bellezza sveva, il sole tedesco.
Non era il primo e nemmeno l’ultimo a portare un bagaglio culturale tanto importante e determinante (basta pensare che anche Umberto Saba nacque a Trieste, la nuova Firenze dell’età moderna), ma Hector fu il primo ad abbracciare con entusiasmo ed orgoglio questo ribollire di sangui sconosciuti e presto intimi, adottando il nome di Italo Svevo per abbracciare questa appartenenza bivalente, e per questo spilla al petto.

Lancio del dado:

36. Età in cui Italo Svevo si fece marito ed amante, e marito e poi amatore, ricalcando con carboncino le brezze del suo Zeno Cosini. Sposò sua cugina, il viso tondo, gli occhi piccoli, ma con quella pelle che pareva seta al tatto, e Svevo ci scivolò sopra, rompendosi qualche costola proprio sopra al cuore. Livia Veneziani.. bella, bella forse no, ma con una pelle da seta e qualche soldo in tasca. Giusto qualche, giusto figlia di proprietari di una fabbrica di vernici per navi.

Vincere al lotto, si dice.
E quindi Svevo finalmente può tirare con le costole rotte dal mal d’amore qualche respiro affannato, lasciando il suo lavoro in banca a cui era stato costretto per la fine dell’attività commerciale del padre.
Ma lasciando di fatto anche la letteratura: dopo i due romanzi non c’è strada, non c’è porto o faro. La via sembra preclusa, la rotta cambia, la pesca è alta e altra.
Non faceva per lui.
Non pensava che scrivere è come il mare.

 

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Qualche anno più tardi, chè i dadi non bastano agli avvenimenti spruzzati sul banco da gioco. Saranno briciole sparse e macchie di vino, sai poi te. I dadi si sporcano, e quindi

Qualche anno più tardi
Scoppia quel puttanaio di pensieri e uomini
che è la guerra.

E dunque, guerra sul tavolo da gioco.

La fabbrica viene chiusa dalle attività austriache, e le pedine si sgombrano. Deve sempre esserci qualcosa da fare per una mente di conchiglie e scogli. E intanto il mare chiamava.
Tutti hanno un mare che chiama dentro. E si può anche far finta di niente, e si può dormirci sopra la notte, ma per ogni mare che chiama c’è un amore sepolto che è destinato a vivere, o a morire con te.
La scrittura irruppe sugli scogli e nelle dita di Svevo, che acconsentì il parto cartaceo anche in seguito ad un incontro importante, quello con James Joyce, un dado cieco e straordinario, avvenuto qualche anno prima.
Trieste, di quella vecchia. E c’è da immaginarselo Svevo che, poco prima della chiusura della fabbrica, prende lezioni da un uomo molto più giovane di lui, con sta benda sugli occhi, sospetto tardivo di ciecità- nulla è più bello della storia d’amore che inizia da una benda sugli occhi.

In questo caso si trattò di amicizia.
Svevo iniziò a studiare inglese per via delle filiali della azienda di famiglia proprio dallo scrittore Irlandese, che andava via via leggendo ed apprezzando i vecchi lavori mal recensiti di Svevo. Accatastati, odiati, disprezzati. Joyce leggeva, e più leggeva più si addentrava, e addentrandovisi andava innamorandosi. Si innamorò leggendo, pian piano e poi tutto in una volta. Apprezzò i lavori dello scrittore mal riuscito di Trieste, e a sua volta quest’ultimo lodò i lavori del Dublinese.
Si creò un circolo letterario privato ed intenso, grazie al quale Italo Svevo trovò la forza e l’ardire necessario per ributtarsi nella mischia di carta.
Per ributtarsi nel mare che lo chiamava, e che da sempre era lì per lui.

 

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E’ questa la genesi di uno dei romanzi più belli e significativi del 900, “La coscienza di Zeno”.
E questa volta, se lanciamo i dadi all’impazzata, troviamo un inetto magico, che fa finta di essere inetto o forse lo è, o forse ci prende per il culo– diciamolo!- o forse no, forse non ha capito niente mai, o forse ha capito tutto e ce lo ribadisce nel finale, tra i finali più belli ed inquietanti della letteratura italiana. Che “smetto di fumare” ed è come la nostra dieta, inizio domani ogni giorno, che odia il padre o forse lo ama, e cerca di giustificarsi ogni volta per apparire sano agli altri sani, per apparire socialmente e moralmente accettabile, mentre lui è malato, o forse malato non lo è, è sano e ha capito come gira il mondo mentre gli altri, che importa, se gira mica c’è da avere il mal di mare. Che sposa una donna brutta e schifosamente sana, con quattro certezza piantate salde, come se la vita di per sé fosse certezza e non girasse e non fosse una meraviglia insanamente sublime.

“Compresi finalmente che cosa fosse la perfetta salute umana quando indovinai che il presente per lei era una verità tangibile in cui si poteva segregarsi e starci caldi. Cercai di esservi ammesso e tentai di soggiornarvi risopluto di non deridere me e lei, perché questo conato non poteva essere altro che la mia malattia ed io dovevo almeno guardarmi dall’infettare chi a me s’era confidato. Anche perciò, nello sforzo di proteggere lei, seppi per qualche tempo muovermi come un uomo sano. Essa sapeva tutte le cose che fanno disperare, ma in mano sua queste cose cambiavano di natura. Se anche la terra girava non occorreva mica avere il mal di mare! […] Io sto analizzando la sua salute, ma non ci riesco perché m’accorgo che, analizzandola, la converto in malattia. E scrivendone comincio a dubitare se quella salute non avesse bisogno di cura o d’istruzione per guarire.”

Che tra l’altro sposa perché in realtà voleva sposare la sorella di lei, ma zak, fregata.
Che poi si fa un’amante, e tira e molla e non se ne esce, e allora giustificazioni, e allora rieccoci con lo specchio dell’età moderna.
E allora non c’è da stupirsi se non ebbe consenso: nessuno era pronto a vedersi per come era, per l’uomo o la donna che si era, con le giustificazioni, i ritratti, gli sbagli, gli scorni e le stronzate, sì, pure le stronzate.
Ma Svevo, dopo batoste, discese e risalite, aveva appreso e fatto propria l’arte di ridere di sé, per qui Svevo diventa Zeno, per cui Svevo è malato ma in realtà sano tra i malati, perché riesce ad essere lungimirante, a spingere lo sguardo al di là di una finzione e di un’apparenza stretta come un busto vecchio di 200 anni.
Noi siamo così. Siamo la razza che fa schifo, e sotto una faccia truccata io rido sapendo l’umorismo Pirandelliano che a voi sfuggirà sempre, tristezza tardiva.
Noi siamo così, facciamo schifo.
E quando ce ne renderemo conto,
quando l’oca arriverà al traguardo, allora sarà meraviglia.

 

A cura di Arianna Mariolini.

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