Intervista a Norman Sgrò

Norman Sgrò (classe ’88) è un giovane artista di Torino. Eclettico e poliedrico, è interessato non solo alla pittura, ma anche alla fotografia e alla scrittura.

“Sono circa 6 anni che dipingo, ho deciso di darmi all’arte astratta perché non so disegnare. Continuo a ripeterlo a tutti, e infatti mi guardano male e mi dicono “Sai venderti bene”. Non è negativo secondo me, perché il fatto che io non abbia degli studi tecnici alle spalle, degli schemi imposti, mi permette poi di sviluppare tutta la parte astratta, con una mia tecnica e senza dei preconcetti o cose già costruite prima. Poi chiaro che nel tempo a forza di affinare quella tipologia di arte si crei un minimo una struttura, però parto da quello.”

“Nel moto dei sogni distanti, si perde l’immoto bisogno. Secoli come istanti e pensieri recisi, lampi e ricordi in elettrolisi, gli oceani scorrono nelle vene, stelle e scintille fra voci e sirene. Innesti di brame latenti, chimere d’avorio e petrolio, cadono gocce in simbiosi, stupendo delirio in narcosi e silenzio. L’impreveduto silenzio. Ivi divampano fiamme e fumogeni, lacrime e brividi esogeni, realtà desuete si sciolgono e insorgono nuove memorie future. Questo liquido moto onirico ci costringe a nuotare fra sogni e visioni per non affondare.”

A cura di Silvia Genovese

E infatti la prima cosa che volevo chiederti era: “Da dove nasce il tuo interesse per l’arte e quando hai iniziato a “lavorarci”?”

Mah, un giorno camminando ho urtato un barattolo di vernice che è caduto su una tela e, niente, è venuta fuori l’arte. No.
Mio padre dipingeva e mi diceva sempre “Dipingi qualcosa, dipingi qualcosa”, ma siccome a me non va di fare le cose a comando non l’ho mai fatto.
Poi un giorno, non si sa perché e percome ho deciso di prendere la tela, i pennelli, i colori, ho provato e ho detto “Apperò! Si potrebbe fare”. In realtà a questo ci sono arrivato solo di recente, al fatto di sfogarti (che sia pittura, musica o altro) in maniera proprio istintiva, ti fa stare bene, a volte. Più che altro non ti fa pensare troppo, ti isoli un attimo dal mondo, quindi può essere una valvola di sfogo. Poi dipende anche dai casi perché effettivamente in questo tipo di pittura alle volte magari tiri fuori delle emozioni negative.

Quindi ti è capitato magari di stare male per aver dipinto un’opera?

Sì, ma soprattutto mi è capitato diverse volte, e mi succede tutt’ora, di guardare una tela mentre la faccio e dopo che l’ho fatta e magari mi comunica solo cose brutte, o mi da fastidio guardarla, quindi la butto. Anzi, più che buttarla la rifaccio, ci butto sopra del gesso e la ricoloro.

La tua pittura è astratta. Volevo chiederti da dove nascono le tue opere: come emergono, cosa vuoi rappresentare?

La base è quella della pittura intuitiva, quindi tela bianca, colori intorno per quanto possibile. Piccola digressione: io purtroppo sto dipingendo in camera mia la maggior parte delle volte, quindi non ci sta più nulla, sto appendendo tele ovunque, nei cassetti, in soffitta addirittura. Quindi diciamo che sarebbe bello avere un laboratorio, un piccolo spazio in cui sporcare. Io purtroppo non ce l’ho, quindi devo arrangiarmi. Però l’ideale sarebbe tela bianca, spazio intorno, tutti i materiali (spatole, pennelli), e poi in base all’istinto, che può essere guidato anche da una musica, dei suoni, vai a sceglierti dei colori che, l’arteterapia insegna, non sono casuali. Però appunto io li scelgo “a caso”, e inizi a dipingere. Quindi l’idea di questa pittura è proprio che la tela inizia a crearsi un po’ in maniera inconscia. Poi mi piace durante o verso la fine far subentrare anche la parte più razionale, quindi magari far conciliare inconscio con coscienza e creare un “compromesso”, dove magari vado a ritoccare le parti che non mi piacciono, inserisco degli elementi più raffigurativi. Che poi essendo comunque astratto vale sempre l’idea di soggettivo.

Genesi

Dopo che hai dipinto qualcosa ti stupisci mai del risultato?

A volte si, ci sono tele alle quali sono più affezionato, che sono anche quelle che o non vendo o magari vendo con un po’ più di difficoltà, alzando un po’ il prezzo. Perché effettivamente dopo dico “Ah, ma l’ho fatta io?” e mi piacciono, quindi si. Alcune le ho vendute difficilmente per il fatto di separarmene. Dovevo darle a persone che potessero davvero apprezzarle, non le avrei vendute al primo che passava. Altre anche se magari non sono un granché non le darei via. Ti dirò una cosa stupida, però a volte anche al nome che ho dato a una tela ci sono così legato che non mi va di darla via. Altre volte sono un po’ indifferente, però anche lì va a gusti. Anche se è servito a liberare quello che avevo dentro. Ho dei figli un po’ più belli, altri un po’ bruttini, alcuni li mando a lavorare in miniera, altri no.

Quando dipingi ti basi soprattutto su stati d’animo o su cose che hai visto per esempio in giro?

Magari un’ispirazione intesa proprio come stato d’animo. Quindi non è che ci stia a pensare tanto, secondo me è una cosa che emerge.

Un po’ tipo i sogni?

Esatto! A volte dei sogni, cose che ritornano, magari più stati d’animo insieme sulla stessa tela. Perché non è detto che io stia rappresentando una sola cosa, nel caos può entrarci dentro tanta roba. Una cosa chiama l’altra, anche in maniera non necessariamente criteriale. Probabilmente ci sono stimoli strani che vanno a richiamare altre cose, come anche solo pensare a che colore si vuole usare, può avere un senso a livello estetico, ma magari c’è di più. Tendo a non pensarci più di tanto perché lì mi sembrerebbe di diventare “psicoterapeuta” delle mie tele, ecco (ride).

Parlaci di Paratissima, come è stata per te l’esperienza?

In maniera molto onesta ti dico le cose che secondo me funzionano e quelle che non funzionano.
Per questa edizione, insomma, riconosco che inserirsi in quella struttura in così poco tempo, prepararla, dover gestire una marea di artisti (che poi noi artisti siamo anche abbasatanza complicati) non è facile quindi sicuramente c’è un gran lavoro dietro, soprattutto da parte dei ragazzi dello staff così giovani, i volontari. Però tante cose potevano essere organizzate meglio, per prima cosa gli spazi, anche solo il semplice accostamento delle opere. Secondo me andrebbe fatto tematico, con un filo conduttore, quello per me deve essere migliorato. Poi a livello proprio funzionale il fatto che fossero due piani di scale vincolava le persone, magari chi ha delle disabilità non riusciva a raggiungerli, rimanendo un po’ deluso. Un’altra cosa che secondo me non funziona per noi artisti emergenti è il divario proprio fra noi e poi le gallerie più rinomate, le aree più “alte”, anche a livello di luce, disposizione, cura. Secondo me, parere personalissimo, da parte loro dovrebbe esserci maggiore interesse per gli artisti emergenti, mandare loro stessi qualcuno (poi magari lo fanno) in giro per capire chi sono effettivamente coloro che partecipano a Paratissima. Quindi magari provare a “indagare” un po’, pubblicizzare anche l’arte.
Però mi è piaciuto, e mi piace come tutti gli anni (io sono tre anni che partecipo, e probabilmente continuerò), il ritrovo fra artisti, l’ambiente, perché ti permette sicuramente di avere una grande visibilità, dove ogni giorno tutti ti chiedono soldi però effettivamente cosa ti offrono? Per lo meno a Paratissima hai 5 giorni intensi dove c’è tanta gente e riesci magari anche a scambiare delle parole con persone interessanti.
Inoltre quest’anno il posto era molto suggestivo, credo che l’anno prossimo se prenderanno atto di tutte queste piccole cose uscirà qualcosa di ancora più bello.

Sempre a Paratissima io ho visto le tue opere (“Chiamale tele, dai”) e volevo chiederti quale fosse il tema, se era in linea con quello di Paratissima.

Allora, quelle di quest’anno non troppo in realtà. L’anno scorso mi sono effettivamente preso un “mese sabbatico” in cui ho lavorato a una tela grande sulla tematica (che l’anno scorso era To the stars), che mi ha portato via del tempo, sono stato lì a curarla, ma dopo aver appurato che, una volta esposta, l’80% delle altre persone se ne era fregata altamente della tematica, e oltretutto nessuno di Paratissima mi ha mai detto niente ho evitato e ho portato ciò che in quel momento reputavo bello per me e che potesse avere un filo logico, anche a livello di colori, e non sono stato troppo a pensarci.
Ho portato tre opere, legate in particolare a livello cromatico, c’era questa tela più grande, Noir, che rappresenta una sorta di figura in primo piano con una città sullo sfondo, per me lo Straniero. Infatti una cosa che avrei voluto fare era mettere un quadernetto con una penna e scrivere “Se tu fossi uno straniero, cosa andresti a cercare in questa città”, però immaginavo già cosa potessero scrivermi (ride), quindi ho evitato insomma. Però appunto l’idea è questa: ti immedesimi in questa figura e magari ti trasmette delle emozioni a livello di luci, di colori.
L’altra (Hypnos) era simile, ho ipotizzato che fosse la stessa città però vista da un’altra prospettiva.
Profondo cosmo invece è una tela che come tante altre è nata da un esperimento. Ho diluito tanto colore, l’ho lasciato un po’ fluire sulla tela, poi l’ho solidificato e ho tirato fuori questo.

https://normansgro.wordpress.com/esposizioni/

Io ho letto tutto il tuo blog dall’inizio alla fine e ho visto che sei interessato non solo alla pittura ma anche alla fotografia e alla scrittura (“Ah, ma quindi mi conosci davvero”) e volevo chiederti se questi interessi sono nati insieme, dalla stessa matrice o se sono nati con tempi o modalità diverse.

La scrittura è nata prima della pittura, più o meno intorno ai 19 anni, se non sbaglio (mi sto perdendo con le date man mano che invecchio). Sì, mi piace leggere, e di conseguenza poi ho iniziato a scrivere qualcosa , anche se a scuola lo odiavo, ma penso sia una cosa comune a molti.
La fotografia solo di recente, ho la mia macchinina che mi porto dietro, penso che sia sempre buono, se riesci, averla a portata di mano. Magari trovi un dettaglio, qualcosa e scatti. Però prima di febbraio l’ho sempre usata in automatico perché non avevo idea di come funzionasse. Poi un mio amico che adesso sta facendo un viaggio intorno al mondo, si chiama Matteo Maimone, ha fatto un corso in un circolo Arci di sette lezioni, inclusa un’uscita, ho partecipato e mi ha “iniziato” alla fotografia.

Nella fotografia hai un’idea di cosa preferisci immortalare, se concetti più astratti come nella tua arte o paesaggi e ritratti?

Allora, non tanto paesaggistica. Anche se poi di fronte a foto ben fatte rimango ogni volta stupito. Basta farsi un giro su Instagram: anche se poi molto è fotoritocco, i paesaggi son belli. Non è il mio caso, anche perché non ho l’attrezzatura idonea. Preferisco l’astratto, quindi giocare un po’ con le ombre, le luci, magari sul dettaglio, anche a livello urbano, rami, alberi. La ritrattistica, a livello di corpo umano, di volto, mi piace purché non sia una roba troppo da studio. Per esempio il movimento, infatti faccio foto anche di acrobatica circense, oppure studi che enfatizzino non so, gli occhi, però non sono un esperto, quindi anche lì senza l’attrezzatura giusta non posso svilupparla più di tanto. Ci sto provando, sperimento.
Per quanto riguarda la fotografia concettuale la preferisco, poi sono concetti miei quindi è soggettivo. Come per quanto riguarda anche la pittura io scatto, poi elaboro al computer, se piace son contento, se non piace almeno piace a me.

“È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un’altra prospettiva.” (John Keating, L’attimo fuggente)

Per quanto riguarda la scrittura, volevo chiederti intanto cosa scrivi, generalmente.

Io ho iniziato scrivendo racconti horror, che ogni tanto pubblico su delle antologie. Poi non è che abbia smesso, però mi sono un po’ buttato anche su, rifacendomi al discorso della pittura, dei frammenti un po’ più istintivi. Quindi non dico che io butti semplicemente delle parole a caso perché poi in realtà le elaboro dopo, vado a cercare un senso, che abbiano un suono preciso, però sono delle cose più concise, più sintetiche legate a una tela, a una fotografia, ispirate un po’ a quello. Sì, diciamo una sorta di poesia. Anche se non è proprio una poesia classica, metrica, che onestamente può anche piacermi, ma non è che ci dedichi tempo.

E come la integri nelle tue opere? Quando lo fai parti dalla poesia o dalla tela/fotografia?

Bè, ecco, io chiaramente ci gioco e le pubblico online, poi alle volte se espongo magari porto anche lo scritto stampato.
Generalmente a tela finita la guardo e inizio a scrivere delle cose, le metto insieme, poi le riassemblo. Quindi la scrittura parte dopo la stesura dell’opera. Anche se di recente ho fatto una cosa interessante con un mio amico, si chiama Gianluca Sonnessa ed è un poeta. Siccome ha deciso di scrivere una poesia su una mia tela, io ne ho dipinta una su una sua poesia, una cosa molto interessante. E’ stato diverso, un po’ più complicato perché è vero che è sempre astratto però sei più vincolato alle parole. Però ho cercato di non essere troppo figurativo. E’ un processo un po’ particolare. Il fatto di estraniarsi e dipingere in astratto secondo me è un po’ come la meditazione, devi un po’ calarti.

Si può dire che scrivendo qualcosa sulla tua arte dall’opera esca anche qualcosa in più di te e di come ti sentivi magari quando hai dipinto?

Si, diciamo che alle volte completa. Alle volte no, magari in quel momento non ho parole, mi piace anche solo lasciare l’immagine così con un titolo. Perché tra l’altro, piccola parentesi, do sempre un titolo, almeno ai quadri. Alle foto non sempre, però almeno alle tele è un po’ come i figli, se non gli dai un nome rimangono a metà. Poi è possibile che tu la osservi e ti rappresenta tutt’altro, però io gioco proprio con le parole, associo determinati suoni a dei colori, creo questo gioco. A volte pensi “Ma che di nome gli ha dato”, però a me in quel momento comunicava questo.
Ci sono anche persone che mi dicono “Senza descrizione non l’avrei compresa” o “Non l’avrei apprezzata appieno”.

Io ho spulciato anche la tua pagina di Facebook, “Chaos theory”, e volevo chiederti perché questo nome.

Non ricordo esattamente quando ho deciso di dare questo nome, né il perché in quel momento, però ci sono arrivato dopo secondo me. Quindi Teoria del Caos prima di tutto perché a livello inconscio il fatto di dipingere così, istintivamente è caotico, non è una cosa legata a degli schemi, a degli studi, quindi è disordinato di per sé. Teoria perché è una mia teoria, quindi penso che appunto si possa utilizzare quest’energia caotica per creare. Non è fondamentale che ci sia l’ordine, se lo trovi bene, però come tramite l’ordine si possono creare cose, anche con qualcosa di più caotico si può creare arte, e sono belle entrambe.
“Teoria del caos” è un po’ un ossimoro. Da un lato c’è l’impostazione e dall’altro c’è l’istinto. L’incontro appunto fra la ragione e il sentimento è questo conciliarsi. Rappresenta un po’ quello che io faccio.

Vorrei che su facebook le persone collaborassero un po’ di più, non tanto nella condivisione, però, sai, un commento ogni tanto. Dimmi cosa provi, cosa ti comunica e queste cose qui. Secondo me sono importanti. Sebbene io stia postando una volta al giorno mi rendo conto che se la lasciassi più stare (come è successo) mi taglierebbe via un sacco di visualizzazioni, quindi faccio fatica. Ci sarebbe da perderci veramente un sacco di tempo dietro. E’ brutto il fatto che vengano penalizzate pagine come poi la vostra, come quelle di noi artisti perché chiaro, non ci guadagnamo quasi nulla.

Pensi che Torino sia una città “adatta” all’arte emergente?

Si, penso che sia più aperta come mentalità, dà più opportunità sia ai giovani sia a chi cerca di emergere appunto. Sicuramente all’estero ci sono posti migliori e con una maggiore sensibilità all’arte, qui siamo ancora un po’ ottusi, però Torino è già a un livello superiore. Anche solo Paratissima è una grande opportunità.

Hai già in mente nuovi progetti ed esposizioni per il futuro?

Io durante l’anno cerco sempre di trovare dei posti, possibilmente gratuiti, dove proporre qualche mia tela in modo da far vedere che ci sono, invitare persone, eccetera. Chiaro che trovare spazi veramente mirati all’arte è difficile perché tutti ti chiedono soldi, molti cercano di approfittarsene. Ci sono anche persone che magari chiedono qualcosa a livello di organizzazione, si parla ancora di cifre secondo me abbordabili, e sono persone a cui interessa, quindi in quel caso secondo me ha un senso, però bisogna fare attenzione. Però durante l’anno continuerò ad esporre. Per quanto riguarda i progetti ne ho un paio interessanti in mente, ma te li racconto poi fra noi.
Comunque a questo proposito vorrei avviare dei laboratori creativi sulla pittura astratta, in cui do il libero arbitrio perché penso sia un modo proprio per sfogarsi, quindi proporlo anche alle persone un po’ restie, dando gli input giusti per stimolare. Secondo me è una cosa interessante e vorrei trovare un modo per applicarlo.

Crisalide

Come trovare Norman:

Facebook: https://www.facebook.com/ch.theory/

Blog: https://normansgro.wordpress.com/

Instagram: instagram.com/norman.sgro/

norman88es@yahoo.it

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