Il filo rosso di Guernica

A cura di Erica Giambra

La scelta di dedicare queste righe ad un’opera celeberrima, forse tanto da risultare trita, potrà sembrare ovvia se non addirittura banale. Ci sarà chi resterà deluso da “un’incredibile mancanza di originalità” da parte mia, ma lasciate che mi spieghi.

Ogni opera d’arte viene concepita dall’artista per suscitare un’emozione.

Che si tratti di un sentimento leggero, come un sorriso divertito, o di un’amarezza che vorrebbe restare indelebile nella mente dell’osservatore, poco importa.

Tra l’inquietudine dell’uomo comune quando si ferma a contemplare le forze della natura e i dolci sentimenti d’amore delle sculture canoviane, non vi è alcuna differenza. Questo perché i sentimenti celati e svelati in ogni opera d’arte sono tutti parte del sentire dell’uomo e come tali non hanno età, non conoscono l’usura del tempo o l’oblio della memoria.

Il tempo passa, le generazioni si susseguono incessantemente come in una vorticante giostra impossibile da fermare, ma gli uomini non cambiano mai. Le passioni che hanno animato le antiche rivolte sono le stesse che spingono i ragazzi nelle piazze, l’amore che infiammava le parole dei grandi poeti ha solo cambiato il proprio abito e oggi fa bella mostra di sé sui muri di ogni città, graffito, colorato e ogni tanto sgrammaticato. La grandezza di certe opere sta proprio in questo aspetto: nell’essere capaci ancora, decine di anni o addirittura secoli dopo esser state partorite dal ventre del loro autore, di parlare dritto al cuore, di parlare di un’attualità molto più vicina di quanto non si possa credere.

Qualche anno fa, passeggiando per le sale del Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia, m’imbattei quasi per caso nella monumentalità del Guernica di Pablo Picasso. Quasi per caso, sì, perché non mi sarei mai aspettata che svoltando l’angolo ed entrando nella sala successiva lo sguardo si sarebbe posato su di una delle opere più note del secolo scorso.

Concepito come manifesto contro la guerra, venne commissionato a Picasso nel gennaio del 1937 dal governo della Seconda Repubblica Spagnola, per essere esposto come fiore all’occhiello nel padiglione spagnolo in occasione dell’Esposizione internazionale di Parigi. E così fu in effetti: il dipinto creato per ricordare la strage avvenuta in seguito al bombardamento della città di Guernica ad opera dell’aviazione italo-tedesca ebbe un enorme successo e divenne in breve tempo uno dei manifesti più potenti contro la guerra.

Quel giorno, da giovane studentessa del liceo artistico, mi soffermai per interi minuti a guardare quei ventotto metri quadri di tela in iuta grezza. Osservai con interesse accademico ogni pennellata, espressione somma del cubismo sintetico dell’autore. Mi soffermai su ogni viso dipinto ricostruendo nella mia mente tutti i secoli di evoluzione che condussero gli artisti a superare i loro maestri, a sperimentare nuove soluzioni per distinguersi nel mare indefinito di pennellate anonime.

Oggi invece a colpirmi è stato il significato racchiuso in quell’unica grande immagine che racconta al suo interno tante diverse storie. Sono storie di un passato lasciato ormai alle spalle, la paura dei bombardamenti, le incertezze della guerra, sono storie raccontate con voce rotta dai nostri nonni, qualcosa che le nuove generazioni non conoscono.

Ma, guardando con attenzione, un filo rosso c’è.

Le pagine della cronaca nera di questi giorni hanno lasciato grande spazio alla tragedia avvenuta al Grenfell Tower di Londra, dove un incendio ha avvolto in qualche decina di minuti tutta la struttura trasformandola in una gigantesca torcia infernale. La forza dell’incendio ha divorato in un attimo tutto ciò che tentava di ostacolarla: senza pietà ha bruciato i ricordi di una vita, il futuro di tante persone che dormivano serene nei propri letti, le speranze di genitori che aspettavano le visite dei figli lontani da casa.

E così, guardando in televisione quelle immagini in scala ridotta della tragedia delle Torri Gemelle, le scene hanno obbligato la mia mente a tornare a quel tanto ammirato quadro madrileno, a ripercorrere ogni immagine, ogni sentimento espresso con tanta violenza e allo stesso tempo tanta semplicità.

La forte drammaticità voluta dall’autore viene espressa per mezzo di una serie di figure che, senza avere alcun intento allegorico, raccontano i fatti in tutta la loro drammaticità. Il quadro era stato realizzato, in linea con i dettami del cubismo, in uno spazio privo di riferimenti alla realtà in modo da poter permettere una lettura simultanea dei vari frammenti dell’opera senza essere “disturbati da elementi accessori”. Gli unici elementi riconoscibili nello sfondo sono un lampadario ed un lume stretto nella mano di un uomo, inseriti dall’autore come omaggio e contrapposizione al quadro di Van Gogh “I mangiatori di patate”, dove la serena quotidianità delle campagne e i valori di una vita semplice, vengono in un attimo spazzati via dalla violenza della guerra.

Il posto d’onore al centro della rappresentazione spetta ad un cavallo dagli occhi abbacinati dalla paura che regge nella bocca un oggetto del tutto simile ad una bomba. È nel cavallo che Picasso tenta di esprimere tutta la violenza di quel momento, la furia e inumanità di quell’attacco al paese. Nell’imbizzarrimento della bestia che sconvolge la serenità della città, egli vede lo stesso effetto dell’attacco che distrugge la vita delle persone. A fare da contraltare al cavallo vi è un toro. In esso sono racchiusi due significati. Il dolore della Spagna offesa e violata da una parte; la viltà dei nemici dall’altra, che attaccano in modo impari i loro avversari con bombe piovute dal cielo alle quali non si può fuggire. Un’eco di questo significato si può ritrovare in un braccio che regge una spada spezzata, simbolo del duello che vede affrontarsi due uomini ad armi pari.

Sulla sinistra appaiono altre figure. Vi è una donna che stringe al petto il proprio bambino ormai senza vita, raffigurata con il capo reclinato all’indietro, il volto contratto e deformato da un urlo silenzioso. Altre hanno l’espressione incerta e spaventata di chi non riesce a capire cosa sta succedendo, ed infine vi è un’ultima figura che tenta di scappare da una casa in fiamme.

Ecco che il filo rosso ora è molto evidente.

Tutto torna. L’incendio del palazzo londinese e il bombardamento della città di Guernica ora appaiono come due fratelli, le immagini sembrano parlare indistintamente di una o dell’altra tragedia.

La madre che stinge al petto il bambino si trasforma e in un attimo è diventata la donna che lancia il proprio figlio dal palazzo in fiamme, affidando alla fortuna il piccolo prezioso fagotto.

L’uomo che tenta la fuga dalla casa in fiamme diventa il gemello di chi, stretto nella morsa del fuoco, cerca la fuga nell’aria, in un ultimo disperato gesto.

Cambiano i tempi, cambia la storia intorno agli uomini, cambia quasi tutto ciò che ci circonda. Ma certe cose non cambiano. Una guerra resterà comunque una guerra. Certi gesti, così antichi e ancora così moderni, ci apparterranno sempre.

E forse anche quest’opera, tanto nota e consumata dalle parole spese per descriverla, sotto questa luce assume un altro significato. Diventa il manifesto del comune soffrire, dell’orrore di ogni tragedia. Ci ricorda che siamo tutti uguali, al di là dei confini degli stati, al di là del passare del tempo.

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