“Giorni di guerra” – Giovanni Comisso

“Giorni di guerra”, di Giovanni Comisso, è un libro pubblicato nel 1930 che racconta la Prima Guerra Mondiale vista e vissuta dall’autore, giovanissimo letterato trevigiano arruolatosi come volontario al fronte.


Giovanni, un ragazzino di appena 19 anni, vive a Treviso.
E’ uno studente che ama le materie umanistiche e vive la sua vita in una bella villa con i genitori, come altri fortunati ragazzi della sua età.
Un giorno però riceve un telegramma : avendone fatto richiesta, è chiamato alle armi, al servizio di leva, e quindi si sposta a Firenze.
E’ la fine del 1914 e la Grande Guerra è già scoppiata in Europa, ma l’Italia, non ancora interessata a partecipare, sta a guardare l’evolversi della situazione.
Qualche mese dopo, nel ’15, le notizie di un’entrata in guerra si fanno sempre più frequenti, fino a quando l’Italia il 24 maggio annuncia la guerra contro la Germania e l’Austria. Giovanni è emozionato alla sola idea di andare a combattere al fronte per la propria patria e promette al caro zio, in un ultimo saluto : “[…] ritornerò come te carico di medaglie, vedrai, e poi le metterò sotto vetro come le tue”.

Si diceva che la guerra sarebbe durata poco e che probabilmente prima di Natale sarebbe finita. Allora Giovanni si dà subito da fare : riceve una bicicletta e diverse munizioni dal tenente napoletano e parte in esplorazione. Il suo compito, inizialmente, è quello di consegnare la posta, i pacchi e le varie comunicazioni : del resto era un piccolo soldato, ma aveva grandi aspirazioni e voleva subito impegnarsi per scalare quella piramide gerarchica che era imposta dall’apparato militare.
E l’avventura bellica non inizia poi così male, infatti Giovanni passa i primi giorni in campagna, in una villa a Carpenedo (in Veneto), insieme ai commilitoni, dove si diverte, scherza, ride, beve vino e fa belle camminate per le valli.. insomma, le giornate si susseguivano felici in quella splendida campagna. Del resto era solo una mobilitazione, poiché lo stato di guerra, nonostante le continue voci, non era ancora in atto.
E fu proprio una sera che arrivò la notizia dello stato di guerra : i soldati vennero presi alla sprovvista e furono costretti a muoversi velocemente, a rispettare la dura disciplina e le regole, a perdere quella libertà che avevano in campagna.

“Mi si tormentava che si poteva disporre di noi fino alla morte”, pensava lui.


E allora le prime cannonate, i primi spari, la paura e la continua allerta provocata dal nemico che stava sul fronte, la rigidità dei capitani.. un attimo di distrazione e sei fuori. Giovanni rischia l’ammutinamento, insieme ad altri compagni, ma la sua “prigionia” si riduce in una sorta di isolamento insieme a questi ultimi in una grande villa borghese. Polvere, polvere ovunque. “Voi credete di scherzare, voi non sapete ancora che siete in guerra e che l’ammutinamento si punisce con la fucilazione?”
No, i giovani non erano ancora consapevoli della realtà in cui si trovavano. O magari sì, ma del resto la guerra l’avevano sempre sentita raccontata dai nonni o dai bisnonni, magari qualche storiella sul Risorgimento o sulle guerre in Africa, ma non l’avevano vissuta, e quindi credevano che non portasse poi così tanti problemi. E si credevano eroi, piccoli eroi, al servizio della patria.

Ma poi ancora gli spari, la diffusione del colera, il terrore di tutti i movimenti e di tutti i rumori : e così il caos prende il sopravvento. L’irragionevolezza si inizia a nutrire delle menti dei giovani soldati, purtroppo inesperti, che finiscono per sparare anche contro un aeroplano italiano durante un’offensiva.

Successivamente si rende disponibile, insieme ad altri 9, per un lavoro notturno insieme ad un sergente, e lì ha inizio il suo vero cursus honorum : infatti apprende il mestiere di quello che oggi chiameremmo elettricista, insomma, ripara e collega i fili telefonici per i passaggi delle comunicazioni. Per quanto possa sembrare banale, è un’operazione difficile, perché si va allo scoperto e spesso le basi e le stazioni si trovano in posti scomodi come ad esempio la cima di un monte o in un dirupo.
Il tempo passa e Giovanni familiarizza con il suo nuovo lavoro, a tal punto da ottenere la benevolenza del suo capitano, che gli concede la licenza a fine anno.
Tornato dalla licenza, nel 1916, trova la sua nomina a caporale : il lavoro ora si fa sempre più duro e spinoso, infatti Giovanni continua a riparare e a “tessere” la linea telefonica, fondamentale per le comunicazioni tra le varie brigate per le operazioni e le notizie.

“Una sentinella ci avvertì che quello era il passo della morte : bisognava attraversarlo di corsa, uno alla volta. Cinque soldati erano troppi, avevamo ancora una barella per portare il tamburo di filo telefonico e un maledetto telefono pieno di placche nichelate che splendevano al sole come tanti specchi.

E proprio quelle placche splendenti attirano lo sguardo degli austriaci, che dall’altra parte iniziano a sparare verso di loro. Gli scoppi inebriavano come squilli. […] Le pallottole fischiavano in aria a ventaglio. Ma per fortuna trovano una buca sotterranea e si rifugiano lì.

Da essere umano “normale” come gli altri, anche Giovanni ha bisogno di soddisfare i propri piaceri e di svagare un po’, quindi accoglie inizialmente con gioia l’apertura di un postribolo : lì una donna, dall’aria severa e da dittatrice, fa il suo servizio per pochi soldi; Giovanni è deluso, sperava in un approccio diverso.
Ma i bombardamenti riprendono e Giovanni è mandato in un luogo pericoloso – dal quale un caporale era fuggito – che però gli offre una certa dose di libertà e sicuramente delle condizioni migliori rispetto alla “baracca” in cui viveva. Con questo, aumentano anche le speranze (e soggiunge quasi la certezza) che la guerra possa finire, con una bella vittoria dell’Italia.

“Ai primi d’agosto incominciò la battaglia, ce ne accorgemmo solo dalle telefonate, perché il vento contrario non portava il rombo dei cannoni. Il Podgora, il Sabotino furono presi, le nostre truppe passarono l’Isonzo e occuparono la città. La sera dell’otto ci giunse la prima telefonata dal Castello di Gorizia, tutti eravamo felici, ormai la terribile linea, che per un anno ci aveva trattenuto, era rotta, eravamo sicuri che in pochi giorni si sarebbe arrivati a Trieste e che la guerra sarebbe finita. […] Ma il giorno dopo, dalle telefonate, si cominciò a capire che se non si sarebbe più sentito parlare del Podgora, subito gli si era sostituito un altro monte insidioso : il San Daniele. […] Le notizie si facevano ogni giorno più tristi, rientravamo nel corso solito della guerra senza più nessuna illusione di fine.”

Giovanni però, alla fine dormiva in una baracca, dove c’era un topo morto che produceva un fetore assurdo : per ovviare al problema, affitta una stanza in una vecchia villa, dove conosce una “serva” che, pur non essendo giovane, era vedova e quindi non può far altro che dormire con lui..
L’autunno si avvicinava […] Avevo vissuto così felice le mie ore di libertà ignudo e le sere consolato dalla piccola serva, che finivo col non sentirmi per nulla legato alla vita militare […] L’estate era finita e col mutare della stagione mi sentivo diviso per sempre da quel paese e da quella vita.”

1917.
Giovanni è richiamato con l’ordine di ritornare alla compagnia di partenza; ed è proprio lì che ritrova un compagno di liceo. Pensate che bella impressione ritrovare ora al tuo fianco un compagno di liceo, qualcuno che giocava e scherzava con te sui banchi di scuola ogni giorno, con un’arma e una divisa come la tua. A questo punto lui segue diversi corsi di studio tenuti da giovani tenenti : li segue con lo scopo di diventare ufficiale e avere un posto più di rilievo e possibilmente meno lontano dalla trincea. Infatti viene mandato in alto Isonzo, lì dove “la guerra si sentiva appena”.
Il 1917 è uno degli anni più duri ma al contempo decisivi della guerra. E’ l’anno dell’uscita dal conflitto della Russia grazie al trattato di Brest-Litovsk, l’anno dell’entrata in guerra degli USA, ma soprattutto l’anno della disfatta di Caporetto, momento-chiave della “guerra italiana”.

Gli austriaci continuano a minacciare il fronte : bombe, spari, esplosioni improvvise. La paura imperversa l’animo di Giovanni, che “gioca” con altri alla “caccia all’uomo” : la sua vita, come quella di ogni soldato, austriaco, italiano, tedesco o russo che sia, è in costante pericolo, 24 ore su 24.

Ed è in questi momenti che Giovanni comprende il valore della vita. Allora si ferma, pensa al suo passato, alla sua storia, ma anche alla cultura, alla musica, alla poesia.. Si sofferma e si perde ad osservare la natura, tra una vera nostalgia di casa e un sottile velo di malinconia :

Desideravo uscire e ritornare. Quando sentirono che sarei sceso ancora con la teleferica, tutti cercarono di dissuadermi. Il caporale mi disse di non fidarmi perché gli addetti ai motori si addormentavano e poi perché si era levato il vento e vi era il pericolo di ribaltarsi. Qualcuno mi propose il mulo dei viveri che scendeva vuoto. Ma io pensavo alle Nuvole di Aristofane, alla caduta delle stelle, alle loro prospettive, alle gallinelle, a quella malinconia che mi aveva avvicinato così tanto a mia madre e a mio padre, ai sibili come d’insetti rabbiosi e a quel passare dolce e leggero sopra la profondità che non potevo immaginare. […] Mi piaceva una breve spianata tra le piccole colline. Asciutta e raramente erbosa, pavimentata da detriti di roccia aveva per sfondo l’alta parete d’un monte vicino, tutta costruita di stratificazioni sovrapposte le une alle altre, contorte e chiazzate di rossastro. Solitaria e tiepida come un sacrato di campagna, non era stata invasa da alcuna opera di guerra, né mai v’era caduto alcun colpo d’artiglieri. Come fosse stata la mia camera segreta, vi andavo, quasi a nascondermi, ogni volta che la stravaganza dei miei superiori mi faceva subire rimproveri immeritati. Allora, in quel luogo abbandonato mi dimenticavo della mia divisa e della guerra.”

Il finale, caro lettore, lo lascio scoprire a te.
Una lettura preziosissima per rivivere i “giorni di guerra”; forse più romanzata  e meno cruda di altre, con elementi più contrastanti, addirittura paradossali : ma al contempo veritiera e sentita, vissuta e rivissuta. La visione e la vita di un giovanissimo letterato che, partito volontario per la guerra, si ritrova ad avere davanti ai propri occhi ciò che aveva studiato sui libri di storia. Ma è tutta un’altra storia.

 

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Roberto Testa

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Roberto Testa

Sono Roberto, classe ’96, siciliano. Studio Storia presso l’Università degli Studi di Torino e Contrabbasso Jazz presso il Conservatorio “G. Verdi” di Torino. La storia è molto probabilmente la passione più grande della mia vita, insieme alla musica, alla filosofia e alla politica..

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