Giorgio Gaber: l’analisi lucida del signor G

Tra tutti gli artisti partoriti dalla scena musicale milanese nel corso degli anni ’60, Giorgio Gaber  è stato uno di quelli che si è più distinto, capace con il suo Teatro-Canzone di andare oltre il semplice schema della forma brano.

A cura di Marco Cingottini

Dopo essersi fatto conoscere nel corso di quel decennio, grazie ad un repertorio fatto di canzoni fortemente ironiche e divertenti (La ballata del Cerruti – Barbera e Champagne) dove faceva già intravedere i suoi riferimenti ai cambiamenti che stava subendo la società in quegli anni (Com’è bella la città), decide alla fine di quella decade di dedicarsi ad una nuova forma di spettacolo iniziando ad esibirsi nei teatri di tutta Italia.

In questo nuovo corso lo accompagna il pittore e paroliere Sandro Luporini che sarà vicino a lui fino alle ultime incisioni quando, minato dal male che lo porterà ad una morte prematura, Gaber tornerà a pubblicare semplici album di canzoni.

Il monologo del signor G rappresenta un passaggio fondamentale di questo primo periodo: il dialogo tra due persone con lo stesso nome, ma facenti parte di classi sociali completamente opposte, fa sorridere ma anche pensare. In Barbera e Champagne aveva creato una situazione simile, ma qui il discorso è più diretto e le differenze vengono sottolineate maggiormente.

La libertà non è star sopra un albero
Non è neanche il volo di un moscone
La libertà non è uno spazio libero
Libertà è partecipazione.

La Libertà” insieme a “Un’idea” scritte nei primi anni ’70 sono ricordate ancora per il loro pensiero molto profondo. In “Far finta di essere sani” è amaro e commovente “E vedo bambini cantare, in fila li portano la mare, non sanno se ridere o piangere e batton le mani, far finta di essere sani“.

Quelli sono anni particolari, caratterizzati dall’escalation del terrorismo italiano ed internazionale con l’aggiunta dell’austerity a causa della forte crisi energetica, ma  lui invita tutti ad uscire dalle case “Perché il giudizio universale non passa per le case/le case dove noi ci nascondiamo/bisogna ritornare nella strada/nella strada per conoscere chi siamo”(La Strada);  trova difficile parlare anche della realtà e le dà il nome femminile per eccellenza “Ma la mia rabbia è che non so parlare di Maria la libertà, Maria la rivoluzione, Maria il Vietnam, la Cambogia, Maria la realtà”(Chiedo scusa se parlo di Maria).

http://www.labottegadelbarbieri.org/giorgio-gaber-la-realta-e-un-uccello-che-non-ha-memoria/

Nelle sue rappresentazioni parla anche della ricerca di se stessi e cerca lumi sognando di confrontarsi prima con Gesù e poi con Marx, uscendone più confuso di prima. Le due figure risultano anche abbastanza contraddittorie e polemiche nei confronti della società di quel periodo del XX secolo.

Dalla seconda metà degli anni ’70, negli spettacoli Libertà Obbligatoria e Polli di allevamento, Gaber scarica tutta la sua disillusione su un cambiamento sociale che sembrava a portata di mano, ma che stava svanendo piano piano. Ne “I reduci”, da Libertà Obbligatoria (1976), sembra predire quella che sarà la fine del movimento di pensiero nato intorno al ’68 e sviluppatosi durante la decade successiva

E allora ci siamo sentiti insicuri e stravolti
come reduci laceri e stanchi, come inutili eroi,
con le bende perdute per strada e le fasce sui volti
già a vent’anni siam qui a raccontare ai nipoti che noi
noi buttavamo tutto in aria
e c’era un senso di vittoria
come se tenesse conto del coraggio
la storia.

Sembra strano che nel 1976, con il PCI in ascesa, si potesse partorire un simile pensiero, ma Gaber e Luporini erano sempre un passo avanti. In “Polli di Allevamento” ci sono brani come “La festa “ e “Quando è moda è moda” che sembra parlino degli anni ’80 ma siamo ancora nel 1978!

http://www.ufficiostampacagliari.it/news.php?pagina=11841

La cifra stilistica di questa coppia di autori si certifica proprio in questa analisi lucida della realtà sociale e nell’anticipare i cambiamenti inevitabili. Il crollo del muro di Berlino nel 1989, e il conseguente disfacimento dell’impero sovietico con la fine del comunismo, lo porta a scrivere un monologo lungo e sentito (Qualcuno era comunista) dove elenca in maniera ironica e divertente le ragioni del perché uno era comunista, prima di virare in un finale drammatico e malinconico

Qualcuno era comunista perché credeva di poter essere vivo e felice solo se lo erano anche gli altri.
Qualcuno era comunista perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo, perché sentiva la necessità di una morale diversa.
Perché forse era solo una forza, un volo, un sogno.
Era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita.
Qualcuno era comunista perché con accanto questo slancio ognuno era come più di se stesso: era come due persone in una.
Da una parte la personale fatica quotidiana,
e dall’altra il senso di appartenenza a una razza che voleva spiccare il volo,
per cambiare veramente la vita.
No, niente rimpianti.
Forse anche allora molti avevano aperto le ali senza essere capaci di volare,
come dei gabbiani ipotetici.
E ora?
Anche ora ci si sente in due: da una parte l’uomo inserito, che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana,
e dall’altra il gabbiano, senza più neanche l’intenzione del volo.
Perché ormai il sogno si è rattrappito.
Due miserie in un corpo solo.

Una riflessione durissima che si accompagnerà, negli ultimi anni della sua vita, alla sensazione che la sua generazione abbia perso (Una razza in estinzione) in quanto rivelatasi incapace di lasciare a quelle successive una società migliore di quella da loro ereditata, ma anzi l’abbia addirittura peggiorata.

http://www.publishing.edizionicurci.it/2016/page_artist.asp?ID=32

Andate a cercare e ad ascoltare gli spettacoli di questo straordinario performer che, con il sodale Sandro Luporini, è riuscito negli anni  a raccontarci l’Italia delle gente comune invitandoci sempre a riflettere.

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