Francesco De Gregori: per brevità chiamato “Principe”

Nel rione popolare di Trastevere a Roma negli anni 70, se la sera si sentiva il bisogno di ascoltare musica c’era un locale chiamato Folkstudio: qui si poteva trovare quella che sarebbe stata conosciuta come la nuova scuola romana. I musicisti erano prevalentemente cantautori, un fenomeno che in quegli anni prese molto piede in Italia. Tra questi ce n’è stato uno alto di statura e dal portamento elegante, non per niente venne soprannominato il “Principe”: il suo nome è Francesco De Gregori.

A cura di Marco Cingottini

I suoi inizi furono caratterizzati da diverse collaborazioni come quella con Antonello Venditti, altro artista uscito dal Folkstudio, con cui divise il primo LP da loro pubblicato: “Theorius Campus”. In questo album i due si spartirono equamente i brani. Qui possiamo trovare, tra le altre, canzoni ancora oggi conosciute come “Signora Aquilone” (De Gregori) e la celeberrima “Roma Capoccia” (Venditti).

Ma sarà l’incontro con Fabrizio De Andrè nel 1974 che cambierà la sua vita. L’artista genovese era rimasto colpito da questo giovanotto e volle lavorare con lui, prima nella versione in italiano di un  brano di Bob Dylan “Desolation Road”(Via della povertà) nell’album “Canzoni”,  poi più massicciamente nel lavoro successivo “Volume 8”.  Sono presenti, in questo disco, brani scritti a 4 mani come “La Cattiva Strada”, “Oceano”, “Dolce Luna” e “Canzoni per l’estate”. Per l’artista romano fu un’esperienza importante, e nel giro di pochi mesi incise il suo LP più famoso, che lo pose all’attenzione del pubblico italiano: “Rimmel”.

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E qualcosa rimane, fra le pagine chiare
E le pagine scure
E cancello il tuo nome dalla mia facciata
E confondo i miei alibi e le tue ragioni
I miei alibi e le tue ragioni

……..

Ora le tue labbra puoi spedirle a un indirizzo nuovo
E la mia faccia sovrapporla
A quella di chissà chi altro, oh
Ancora i tuoi quattro assi, bada bene, di un colore solo
Li puoi nascondere o giocare come vuoi
O farli rimanere buoni amici come noi

I versi della title track ci introducono in questo album. De Gregori era in uno stato di ispirazione altissima e brani come “Pablo”, scritta in collaborazione con Lucio Dalla, “Storie di ieri”, presente già in “Volume 8” di De Andrè, e “Quattro cani”, solo per citarne alcuni, stanno lì a dimostrarlo. C’è spazio anche per una dedica ironica al suo vecchio compagno di viaggio Venditti in “Piano Bar”.

Il successo è enorme, e De Gregori diventa un artista importante e conosciuto. Bisogna dire che a differenza della maggioranza dei cantautori di quel periodo – gli anni ’70 sono stati un decennio molto turbolento – non scrive brani a sfondo politico, anzi, le sue liriche appaiono spesso e volentieri molto ermetiche. Questo purtroppo gli creò dei grossi problemi, soprattutto con quei giovani provenienti dagli ambienti dell’estrema sinistra. La situazione degenerò nel 1976 quando, durante il tour di “Bufalo Bill” (l’album successivo a “Rimmel) al Palalido di Milano, il concerto venne interrotto da esponenti di questa parte politica che occuparono il palco e processarono l’artista romano.

Questa vicenda sconvolse De Gregori che decise di fermarsi un attimo a riflettere; in realtà gli balenò anche l’idea di abbandonare la professione, e si ripresentò solamente 2 anni dopo con un nuovo lavoro. Oggi può sembrare una pausa breve, ma in quegli anni gli artisti pubblicavano mediamente un album all’anno. Il disco portava per titolo semplicemente il suo cognome e conteneva quello che diventerà un altro dei suoi classici: “Generale”.

http://tg24.sky.it/spettacolo/photogallery/2012/03/01/lucio_dalla_duetti.html

Il “Principe” era tornato in sella e durante il tour si esibisce insieme a Lucio Dalla a Roma, allo stadio Flaminio,  in un concerto straordinario. Sarà la scintilla che convincerà i due musicisti ad organizzare una tournée molto più articolata l’anno successivo, “Banana Republic”, che ancora oggi è ricordata per il suo enorme successo.

Nei primi anni ’80, in un periodo in cui il fenomeno dei cantautori era ormai in netto declino e la società era cambiata completamente, De Gregori mette a segno due colpi da maestro: nel 1982 esce l’album “Titanic”, che contiene uno dei suoi brani più amati “La leva calcistica della classe ‘68”, mentre l’anno successivo scrive “La Donne Cannone”.  La sua carriera continuerà con altre collaborazioni prestigiose: con Ivano Fossati in “Scacchi e Tarocchi” nel 1985 e poi nel nuovo secolo in “Amore nel pomeriggio” con Franco Battiato e Nicola Piovani.

http://www.francescodegregori.net/

Voglio terminare questo ritratto di Francesco De Gregori  con lo splendido testo del brano “La Storia”, dal già citato “Scacchi e Tarocchi”. La bellezza e la profondità delle sue parole ne fanno un pezzo di letteratura italiana, a dimostrazione del talento di questo artista romano riservato, forse anche scontroso, ma dal grande talento compositivo.

La storia siamo
noi, nessuno si senta offeso,
siamo noi questo prato di aghi sotto il cielo.
La storia siamo noi, attenzione, nessuno si senta escluso.
La storia siamo noi, siamo noi queste onde nel mare,
questo rumore che rompe il silenzio,
questo silenzio così duro da masticare.
E poi ti dicono “Tutti sono uguali,
tutti rubano alla stessa maniera”.
Ma è solo un modo per convincerti
a restare chiuso dentro casa quando viene la sera.
Però la storia non si ferma davvero davanti a un portone,
la storia entra dentro le stanze, le brucia,
la storia dà torto e dà ragione.
La storia siamo noi, siamo noi che scriviamo le lettere,
siamo noi che abbiamo tutto da vincere, tutto da perdere.
E poi la gente, (perchè è la gente che fa la storia)
quando si tratta di scegliere e di andare,
te la ritrovi tutta con gli occhi aperti,
che sanno benissimo cosa fare.
Quelli che hanno letto milioni di libri
e quelli che non sanno nemmeno parlare,
ed è per questo che la storia dà i brividi,
perchè nessuno la può fermare.
La storia siamo noi, siamo noi padri e figli,
siamo noi, bella ciao, che partiamo.
La storia non ha nascondigli,
la storia non passa la mano.
La storia siamo noi, siamo noi questo piatto di grano.

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