Cigni neri e falsi profeti (parte 1)

Karl Popper : epistemologia

a cura di Simone Innico

Non esistono cigni neri: è un’ipotesi.  Ovvero una proposizione che si presume essere vera. Si presume che non esistano cigni neri, vale a dire che tutti i cigni siano bianchi. Il punto è: come vogliamo accertarcene?

Siamo scienziati. Innanzitutto, dovremmo cercare di verificare sperimentalmente l’ipotesi andando alla ricerca di prove a suo sostegno. È una buona idea. Siamo scienziati, facciamo un’ipotesi, cerchiamo le prove. Andiamo.

Nei primi anni del secolo scorso, la più dura tra le scienze dure –la fisica– attraversò una primavera rivoluzionaria dalla quale uscì profondamente modificata: i due lavori di Max Planck (teoria dei quanti, 1900) e di Albert Einstein (teoria della relatività ristretta 1905) costituirono una netta frattura con la fisica classica newtoniana. Due teorie che misero in ginocchio pressoché tutti gli assiomi della scienza e che per tanto pretesero una riforma totale dell’intero sistema. Si può pensare a tutta la fisica del XX e XXI secolo come alla continuazione ed evoluzione di tale riforma.

Max Planck e Albert Einstein

Uno dei punti delicati sui quali premono queste teorie rivoluzionarie è proprio il metodo di verificazione sperimentale.

La prima, blanda conferma della teoria einsteiniana ha dovuto aspettare quattordici anni (con le misurazioni di Arthur Eddington durante l’eclissi solare del 1919). Questa non è certo una novità: si teorizza, si sperimenta e poi si verifica. Ma se la convalida di un’ipotesi prevede una revisione sistematica all’interno della stessa fisica teorica e sperimentale, ebbene: questo porta con sé delle implicazioni epistemologiche non indifferenti.

Il termine “relatività” che compare nella teoria einsteiniana sta a sottolineare che, a prescindere dalle differenti osservazioni empiriche soggettive, ci sono leggi che descrivono fenomeni della realtà –esempio: velocità di propagazione della luce nel vuoto– che restano immancabilmente invariate, quale che sia il sistema di riferimento dal quale si osserva tale fenomeno e si verifica la tale teoria. Ripetiamo: a prescindere da ciò che possiamo osservare e verificare. Che ne è della scienza in quanto “descrizione unitaria e fedele della realtà”?

In quel tempo di fermento teorico, la scienza cerca di avvicinarsi alla filosofia nel tentativo di rimettersi in ordine e darsi una nuova stabilità. È necessario affrontare la questione dalle sue fondamenta più profonde.

Problema epistemologico: che cosa significano le proposizioni della scienza? L’argomento è, a prima vista, semplice. La scienza ha un compito: la realtà. Deve osservarla, spiegarla e infine prevederla. È pertanto necessario che al significato delle sue asserzioni corrisponda precisamente un fatto della realtà empirica.

Per assicurarsi tale corrispondenza tra linguaggio e realtà, il logico Rudolf Carnap (1891 – 1970) vorrà addirittura legare il contenuto delle proposizioni con lo stesso metodo di verificazione. Che cosa significa una teoria? Significa tutte le previsioni e verificazioni empiriche che sono necessarie per dimostrare la verità delle sue proposizioni.

Principio di verificabilità: perché un’affermazione abbia significato scientifico, è necessario che le sue ipotesi siano (anche solo in linea di principio) verificabili. La teoria prevede un fenomeno, la sperimentazione empirica ne verifica la correttezza.

Come sempre, c’è un “ma”. La pretesa di ogni scienza è quella di costituire “leggi generali” che descrivano e prevedano il comportamento quella cosa che, come ha detto Schlick, sta lì e ha una sua forma e si chiama realtà. A tal fine si serve di “proposizioni universali” che possono essere positive o negative. Sono universali perché affermano, o negano, l’universalità di un qualche fatto. Ad esempio:

«Tutti i cigni sono bianchi» afferma che i cigni sono universalmente bianchi.

«Non tutte le ciambelle escono col buco», al contrario, intende negare il fatto che tutte le ciambelle possano uscire col buco.

Ora, fintanto che una legge generale si limita a negare l’universalità di qualcosa, il suo criterio di verificabilità è piuttosto chiaro: è sufficiente trovare una ciambella priva di buco ed esporla a sostegno dell’ipotesi –così verificata– che non tutte le ciambelle escono col buco. Carnap ci assicura che tale proposizione è dotata di significato scientifico perché possiamo fare affidamento sulla fallibilità umana dei pasticceri. È possibile verificare tale ipotesi.

Purtroppo, però, la stragrande maggioranza delle proposizioni scientifiche non sono universali negative. Che dire, allora, di una legge generale che intenda affermare l’universalità di un qualche fatto? Qual è il suo criterio di verificabilità? Ovvero: di che cosa dovremmo andare alla ricerca per verificare tale ipotesi?

Secondo la teoria della relatività ristretta di Einstein

la luce si propaga nel vuoto a velocità costante (C) indipendentemente dal moto della sorgente luminosa o dal moto relativo dell’osservatore

ed è una proposizione universale positiva in quanto afferma che «Tutti gli osservatori –dovunque essi si trovino– che studino il propagarsi nel vuoto della luce emessa da tutte le sorgenti luminose –dovunque esse si trovino– misurandone la velocità scopriranno che essa è costantemente C».

(E notiamo bene: “osservatori” siamo anche –soprattutto– noi stessi: quei poveri scienziati che cercano una prova a sostegno di questa stessa ipotesi.)

Sono queste le proposizioni che mettono seriamente indubbio l’efficacia del criterio di verificabilità come tradizionalmente si è sempre inteso: la possibilità di verificare ciò che un’ipotesi afferma. Non è umanamente possibile verificare quanto affermato dalla maggior parte delle proposizioni scientifiche.

Insomma: la scienza si sta spostando. La verificazione empirica, la possibilità di misurare e controllare sperimentalmente un’ipotesi, sta perdendo rilevanza. Si cominciano a rivedere le proprie posizioni riguardo all’epistemologia ed è urgente individuare un nuovo criterio di verificazione.

Il giovane Karl Popper (1902 – 1994), studente all’Università di Vienna –dove segue corsi di fisica, matematica, psicologia e filosofia– rimane folgorato da questo spostamento quando nel 1919 assiste a una conferenza divulgativa di Einstein nella quale il fisico tedesco, con indole titanica, si lancia contro la diffidenza della comunità scientifica, sfidandola a sottoporre a dei “controlli ed esperimenti cruciali” la propria rivoluzionaria teoria.

karl-popper-young«Einstein era alla ricerca di esperimenti cruciali, il cui accordo con le sue predizioni avrebbe senz’altro corroborato la sua teoria, mentre un disaccordo, come fu egli stesso a ribadire, avrebbe dimostrato che la sua teoria era insostenibile. Sentivo che era questo il vero atteggiamento scientifico. [Un] atteggiamento critico, che non andava in cerca di verificazioni, bensì di controlli cruciali; controlli che avrebbero potuto confutare la teoria messa alla prova, pur non potendola mai confermare definitivamente.»

(K. Popper, Filosofia, scienza e politica (a cura di M. Baldini) citato in Popper, R. Maiocchi)

È così che si profila il pensiero di un nuovo criterio di verificazione, un criterio che il giovane filosofo proporrà dapprima in Logik der Forschung (1934) –e che andrà riformulando al largo di tutta la sua riflessione epistemologica–: Fälschungsmöglichkeit, la possibilità di falsificazione.

Popper da il giro al principio di verificabilità. E sostiene che un’ipotesi, per aspirare al titolo di “teoria scientifica”, non deve far altro che presentare la possibilità di una confutazione sperimentale. In fondo, secondo il vecchio principio di verificabilità, ciò che risultava necessario alla scienza erano proposizioni passibili di riscontro empirico, verifiche a posteriori. Ma in ogni caso, quando si esce dalla speculazione e si parte alla ricerca di un riscontro empirico, è inevitabile esporre la propria ipotesi al rischio della confutazione: si può sempre tornare a mani vuote, a posteriori.

Sotto un aspetto potenziale, il criterio di verificabilità è ugualmente valido al suo criterio opposto: saremmo potenzialmente in grado di verificare che tutti i cigni, uno per uno, sono inequivocabilmente bianchi. Ma per quanto riguarda il profilo dell’attuabilità, è estremamente più concepibile l’eventualità di trovare quell’unico riscontro empirico che confuta l’ipotesi.

Pertanto: Fälschungsmöglichkeit. Questo è un criterio di verificazione: se una teoria può essere esposta a un qualche “controllo cruciale” che potenzialmente la dimostri falsa, allora essa può essere vera. Al contrario

l’inconfutabilità di una teoria non è (come spesso si crede) un pregio, bensì un difetto. Ogni controllo genuino di una teoria è un tentativo di falsificarla, o di confutarla. […] alcune teorie sono controllabili, o esposte alla confutazione, più di altre; esse per così dire, corrono rischi maggiori

(K. Popper, Filosofia e pedagogia dalle origini a oggi, AA.VV)

E questo è quanto basta. Durante quella famosa eclissi di sole del 1919, l’astrofisico Eddington avrebbe potuto dimostrare la falsità della teoria di Einstein. La relatività ristretta è falsificabile. Questo ne fa, a pieno diritto, una teoria scientifica.

Cercavamo cigni bianchi, ma stavamo perdendo tempo. L’ipotesi che non esistano cigni neri è verificata fintanto che non troviamo anche solo un cigno nero. Questo è sempre stato ovvio. Ma siamo scienziati, e dobbiamo assicurarci di fare bene il nostro lavoro. Non possiamo permetterci di cianciare e declamare la qualunque. Siamo scienziati e siamo spietati. Dobbiamo lasciare la nostra bella teoria in pasto alla falsificazione, per vedere se è abbastanza forte da sopravvivere.
«Tutti i cigni sono bianchi» è una valida ipotesi scientifica perché è possibile posare gli strumenti, uscire dal nostro studio e partire alla ricerca delle prove che essa sia falsa. Alla ricerca del cigno nero.

~

Fine primo tempo. (Clicca qui per leggere la seconda parte)

[In ogni caso, l’esistenza di questo maledetto cigno nero (cygnus atratus) è già conosciuta al mondo occidentale da quando l’esploratore olandese Willem de Vlamingh, nel lontano 1697, ne ha scoperto un gran numero di esemplari in Australia]

 


bibliografia e sitografia:

Cambiano-Mori “Storia della filosofia contemporanea”

The Map of Physics (Dominic Walliman)

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