Breve storia degli Stati Uniti d’America

4 luglio 1776.
Thomas Jefferson, John Adams, Benjamin Franklin e altri 53 uomini, a rappresentanza delle ex 13 colonie britanniche d’America, firmarono a Philadelphia un documento che ha segnato e continua a segnare la storia : la dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America (leggi qui).

E oserei dire anche la Dichiarazione di nascita degli USA.

In realtà nulla era stato ancora deciso : già dal 1765 le proteste contro la tassazione e contro il duro regime britannico si facevano sentire (il caso più eclatante fu quello del Boston Tea Party nel 1773); allora il Congresso continentale americano (convocato a Philadelphia nel 1774), nel 1775, contro i continui rifiuti e la continua indifferenza ai problemi americani da parte del Regno Unito (in particolare del Re Giorgio III), ordinò la costituzione di un esercito di volontari “ribelli”, guidati da George Washington, che combatterono fino al 1781 (Battaglia di Yorktown) per ottenere l’indipendenza (poi in realtà raggiunta nel 1783 con la Pace di Versailles).

 

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Quella che poi emerse nel 1789, con la Costituzione, fu una repubblica federale e presidenziale : insomma, quella che esiste ancora oggi e che non è mai stata modificata, se non con degli emendamenti, cioè delle “precisazioni” e aggiunte di “articoli” al documento prodotto dalla Costituente.

Ma mettiamo da parte entrambi i documenti e concentriamoci un attimo sulla questione più importante : come farà la nascita di questo nuovo paese ad influenzare la storia e le relazioni internazionali? Come riusciranno gli USA a diventare quel che sono oggi?

 

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La risposta, anzi, le risposte non sono semplici. E non sono due, né tre.. Per rispondere, bisogna trovare determinati momenti-chiave da prendere in considerazione.

Il primo è il 2 dicembre 1823, data conosciuta da pochi : J. Q. Adams e J. Monroe (all’epoca Presidente degli USA) elaborano ed enunciano quella che sarà la dottrina Monroe, che caratterizzerà per sempre gli USA; in poche parole, quello che si diceva era che bisognava lasciare l’America agli americani, ma non in ottica di razzismo, più che altro in ottica di colonialismo. Le potenze europee, a detta degli USA, non avrebbero più dovuto provare ad invadere (per conquistare) territori né negli States né in America latina, territori che, per quanto indipendenti ed autonomi, sarebbero stati “protetti” dagli USA. Non era una dichiarazione di guerra, piuttosto era una volontà di chiudersi in un isolazionismo, lontano da quel dispotismo e da quell’assolutismo che caratterizzava l’Europa nel periodo della Restaurazione. L’isolazionismo (uno dei temi portanti dell’ideologa conservatrice) continuerà a persistere – non furono coinvolti in guerre in questo periodo, tolta la Guerra di secessione americana (1861-1865) – e il mondo inizierà a “spaccarsi in due”, in un primo accenno di bipolarismo tra USA e continente europeo.

 

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Altro momento fondamentale fu il 6 aprile 1917, altra data non nota ai più : gli USA fanno il loro ingresso nel grande scenario della Prima guerra mondiale, e così nel grande scenario mondiale. Bisogna però dire che, fino alla fine del 1916, gli USA erano stati neutralisti. Le potenze dell’Intesa, principalmente Gran Bretagna e Francia, chiesero – causa il dilungarsi della Grande Guerra oltre il previsto – aiuti finanziari e militari (in termini di armamenti e risorse belliche) agli USA, dati i discreti rapporti mantenuti fino a quel momento; con questo pretesto e grazie ad alcuni incidenti diplomatici (la Nota Zimmermann, attraverso la quale i tedeschi avevano spingevano il Messico ad invadere gli States e l’affondamento del Lusitania, un transatlantico britannico dove vi erano molti cittadini statunitensi e quindi la guerra sottomarina portata avanti dalla Germania), gli USA entrarono in guerra al fianco della Triplice Intesa.
Avendo vissuto solo gli ultimi anni di guerra e nemmeno in terra propria (poiché in America non si combatterono battaglie), gli USA non uscirono distrutti dal primo conflitto mondiale, anzi ne uscirono paradossalmente vincitori, pur non essendo tra i responsabili del conflitto: la vittoria più grande fu sicuramente in ambito economico, poiché la guerra aveva lacerato economicamente le potenze dell’Intesa, che ora si ritrovarono con un debito di guerra nei confronti degli States, che intanto colsero l’occasione per mostrarsi ancora una volta al mondo come terra di libertà, di democrazia e di sviluppo. Infatti molti stranieri, e soprattutto italiani, avevano già in mente il loro American Dream, il sogno, il mito americano, che li portò ad emigrare verso quel paese.

Altra data fondamentale: 24 ottobre 1929, Black Thursday, il giovedì nero della storia. Il Big Crash, la grande esplosione della Borsa di Wall Street a New York, a causa dei titoli gonfiati, di investimenti e di speculazioni dovuti al grande periodo di prosperità che aveva caratterizzato il primo dopoguerra (i ruggenti anni venti). Gli USA avevano pensato di investire il proprio denaro in azioni di borsa (un po’ come delle “scommesse”) per far crescere il profitto e quindi il capitale di ogni investitore, ma non avevano considerato il mercato esterno. Inoltre il problema era anche economico : i dazi imposti dai paesi europei per sanare il debito con gli USA provocarono un abbassamento della domanda del grano americano (che prima veniva distribuito in Europa) e di conseguenza una crisi di sovrapproduzione nel paese d’oltreoceano. A questa segue quella di disoccupazione, poiché se crolla la domanda, la produzione si deve arrestare e quindi il capitalista è costretto a licenziare i propri operai, che non può più mantenere economicamente; insomma, diverse cause portarono a questa reazione a catena incredibile, che fece propagare la crisi in tutto il mondo come un’onda inarrestabile.

 

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Ma quasi sicuramente, il momento più decisivo fu l’ingresso nel secondo conflitto mondiale.
Gli Stati Uniti, forse provocatori o forse vittime dell’assalto nipponico alla base di Pearl Harbor (7 dicembre 1941), risposero entrando in guerra contro le potenze dell’Asse e quindi a favore dei paesi anti-nazifascisti.
La guerra portò comunque frutti positivi agli USA : non tanto perché riuscirono a sconfiggere la Germania hitleriana e le altre forze ad essa alleate, ma perché furono il paese che ne uscì meno devastato e che quindi poté favorire la ricostruzione postbellica, portando definitivamente dalla sua parte gli altri paesi coinvolti (le democrazie occidentali come l’Italia, la Francia o la stessa Germania dell’Ovest, etc…) attraverso l’aiuto economico del Piano Marshall (1947) : il Piano Marshall, per quanto fosse un aiuto (talvolta anche a fondo perduto) nei confronti dei paesi “dell’Ovest” (e attenzione : era stato pure proposto ai paesi dell’Est, cioè quelli che erano intanto confluiti nel blocco sovietico), voleva essere un modo per tenere buoni rapporti con questi paesi ma soprattutto per spingerli a conformarsi al modello americano “anticomunista”, liberista e capitalista. Ad esso si aggiungerà la NATO (Patto Atlantico, 1949), alleanza militare difensiva stipulata con quasi gli stessi stati che avevano aderito al Piano Marshall e l’ONU (1946), una sorta di Società delle Nazioni 2.0, con lo scopo di garantire la pace nel mondo e i buoni rapporti tra tutti i paesi, sovietici compresi. Anche il ponte aereo su Berlino del ’48-‘49 fu importantissimo : fu il più grande braccio di ferro tra USA e URSS, tolta la corsa per lo spazio, vinto dagli americani, i quali fecero comprendere al mondo le differenze tra il blocco sovietico e quello “democratico”, proprio quando la maggior parte di berlinesi dell’est volevano spostarsi a Berlino Ovest, visto come un mondo diverso, dove la libertà sembrava essere rispettata e dove lo sviluppo e il profitto fossero all’ordine del giorno.

 

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La storia degli USA, però, non fu solo una storia di vittorie : il paese visse momenti critici come ad esempio il 6 e il 9 agosto ’46, quando gli americani sganciarono le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, oppure la Guerra di Corea, che si risolse in un nulla di fatto (’50-’53), in quanto le forze si ristabilirono, nuovamente divise tra Nord e Sud, al 38° parallelo. Altro momento critico fu quello della Guerra del Vietnam (’64-’75), dove gli americani, per la prima volta nella loro storia, subirono una sconfitta schiacciante in una guerra alla quale non c’erano veri motivi per partecipare (si voleva soltanto respingere dietro la minaccia comunista dei vietkong, vietnamiti del Nord) : in casi come questo, l’opinione pubblica guardò gli USA con disprezzo, come si guarda un guerrafondaio. E non furono – e non sono – solo queste le “macchie” degli USA : basti pensare alla crisi dei missili di Cuba, dove stava scoppiando un terzo conflitto mondiale (thirteen days), poi evitato in maniera fortuita per diversi motivi, oppure la guerra in Iraq contro Saddam Hussein o i più recenti problemi con l’ISIS, soprattutto per interessi economici come quelli del petrolio.

E non è stato raccontato tutto : a questo hanno pensato e penseranno ancora i libri, i testi e i ricercatori; ma da queste poche cose, possiamo capire il significato profondo che questo Paese ha lasciato e continuerà a lasciare nella storia, come ogni altro grande – sia in termini di estensione che di durata nel tempo – Stato  ha fatto.

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Roberto Testa

Sono Roberto, classe '96, siciliano. Studio Storia presso l’Università degli Studi di Torino e Contrabbasso Jazz presso il Conservatorio "G. Verdi" di Torino. La storia è molto probabilmente la passione più grande della mia vita, insieme alla musica, alla filosofia e alla politica..

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