Dell’amore ai tempi di Màrquez

Se dovessi parlare di bellezza, e dunque d’amore, temo che non potrei smettere mai.
E’ proprio questo il problema: parlare non ho mai parlato granché, mi limito ad osservare. E alla fine ti ritrovi con degli occhi a caleidoscopio per cui la realtà ti sembra un grande circo in festa, con quelle maschere, quei rumori, i colori- Cristo, i colori. Robe che agli altri scivolano addosso come un nonnulla- seta, verrebbe da dire-, mentre a te rimane appiccicata addosso, sulla pelle. Gli altri cambiano immagine nella retina, e tu rimani fermo lì, fottuto da un dettaglio, quella luce particolare, la musica che hanno le labbra di quella donna, l’aria di quell’uomo che sembra venire da lontano, gli occhi di quel vecchio in cui c’è tutto quello che ancora vedranno, la morte nelle mani di quella ragazza in tagli. Il mondo passa, ma io, persa in questo immenso spettacolo senza limiti se non quelli imposti dall’alba al tramonto, lo sento a malapena, con la vita tuta nei miei pensieri. Osservo e catalogo, senza fretta, senza gaudio, senza riserve, enumerando lo spettacolo circense fermandomi una vita su ogni capello contato con mani sudate. E se quindi mi chiedessero cos’è la bellezza, e dunque amore, potrei parlare a lungo dei baci notturni nei vicoli di Piazza dei Signori-non io, io sono quella nell’angolo, catalogare, sapete. Delle mani di mia madre che mi pettinavano i capelli le mattine invernali. Dei miei 19 anni spesi ad accumulare ferite su cui semino fiori ogni volta che rinasco, e da quell’innaffiare quotidiano nasce al fine quella che altro non è se non poesia. Delle mie notti di amore proibito e dilaniante- due pezzi dopo un taglio verticale, dal cuore all’inguine -zack-, delle vie Ateniesi -davvero ragazzi, percorretele dall’acropoli all’agorà e ritorno- dei letti francesi siciliani greci ed italiani con un amore che sembrava tutto ed era niente, o forse sembrava niente ed era tutto- ci sono cose che sono come domande, passa un attimo oppure un tutto, e poi la vita ti risponde. Ma se allora voi fosse stati un tantino più precisi e aveste subito chiesto “Parlami della bellezza- e dunque d’amore- nei libri” vi sareste risparmiati righe sparse da ragazza con gli occhi a caleidoscopio, perché d’istinto subito avrei citato due opere immense, che mi bruciano ancora come un inferno sottopelle. Il primo fuoco è il Cyrano De Bergerac, di Edmond Rostand. Robe che quando leggo l’ultimo atto (il che accade quasi quotidianamente) mi rendo conto dell’epifania della magia, dell’avvento di ciò che ogni libro dovrebbe regalarti come dono finale: il ricongiungimento con ciò che sei. Un libro non deve avere altro potere se non farti divenire quello che sei. Ma per questo ci sarà un altro Barnum, già insediato nella mia testa, scaffale bellezze sezione C.

La seconda invece.. La seconda non è un’opera in particolare. E’ un nome, ma tanto basta a renderlo opera vivente, uno di quelli spettacoli a cui devi inchinarti, davvero, niente da fare. Gabriel Garcìa Màrquez. E se parli d’amore non puoi che parlare di lui.

Non puoi non citare Florentino Ariza, il suo amore invincibile, il suo dominio impavido, la certezza che non è la morte, ma è la vita, a non avere limiti. Non puoi non parlare di Delaura (ma è un prete, dite voi! Sì, ma il prete più amante di tutti) e dell’amore che lo divora nelle viscere fino a farlo stramazzare al suolo vomitando bile nera perché “è un demone, padre, il demone più terribile di tutti!”. Non potete non pensare ai mille amori in “Cent’anni di solitudine”, tutti vissuti nella loro ossessione carnale, nel sesso indomito, negli aspetti più erotici della corporeità. Perché Marquèz ci piace perché usa le parole senza garbo, senza riserva, ce le piazza lì esattamente come devono essere, che sia un “cazzo”, una “figa” (“d’improvviso per una ispirazione insolita, Florentino Ariza, scoperchiò un barattolo di pittura rossa a porta di mano dalla cuccetta, ci intinse l’indice e dipinse sul pube della bella colombiana una freccia di sangue diretta verso il Sud e le scrisse sopra «Questa figa è mia»”) o quel che volete (“Va a prendere in giro quella puttana di tua madre”). Perchè non c’è educazione in Màrquez, così come non c’è educazione nell’amore, non c’è rispetto, non c’è morale che venga seguita, non c’è una proporzionalità di vittima e colpevole, di giusto o ingiusto. L’amore non conosce giustizia. Se ami sei pronto a soffrire e a toccare gli strati psicologici e linguistici più bassi. Solo così puoi sperare, forse, di arrivare a qualcosa di salvifico, qualcosa che davvero mova il sole e le altre stelle. Senza sofferenza, senza inferno, non si arriva al paradiso. E Màrquez lo sa e ce lo mostra nel 1985 con il suo “L’amore ai tempi del colera”. Florentino Ariza, lui. Fermina Daza, lei. Ha 20 anni quando si innamora. Passa davanti ad una finestra per consegnare una lettera e la vede, quella bambina, la vede nei suoi 13 anni, eppure sa che quella un giorno sarà la donna, quella della sua vita. La ragazzina alza gli occhi e “quello sguardo casuale fu l’origine di un cataclisma d’amore che mezzo secolo dopo non era ancora terminato.” E non bastano infatti nemmeno 50 anni a far dimenticare all’impavido Ariza quegli occhi da cerva ferita fissi su di lui, nonostante la giovinezza, nonostante il matrimonio di lei, nonostante le mille e poi mille amanti di lui, che annota con meticolosa cura su un quadernetto. Non era tanto un divertimento, quanto il semplice svago che lo intratteneva in tutti quegli anni che, lui lo sapeva, erano solo un piccolo stallo in attesa di tornare- o forse per la prima volta, davvero, arrivare- da lei. Ed è questa la bellezza in Màrquez: non dobbiamo cercare di spiegarci trame, intrecci e colpi di scena, relazioni amorose stabili o coerenza nei personaggi. Complice anche il realismo magico, l’imprevedibilità la fa da padrone e non dobbiamo aspettarci una chiarezza amorosa, perché il cuore è una puttana e ha più stanze di un bordello. E lo scrittore Colombiano insignito del premio Nobel ci presenta l’amore così: senza tanti orpelli e arpeggi, nudo e crudo ed incoerente, magnifico e riluttante come solo noi possiamo essere. La vita è buttata su pagina, e se ci fa schifo è solo colpa nostra. (A tal proposito non dobbiamo dimenticare che Màrquez era, prima di tutto, un giornalista). E quindi dobbiamo distaccare la morale da Màrquez, e non aspettarci un Ariza per cinquantatré anni, sette mesi e undici giorni con le loro notti a piangersi addosso come forse moralmente ci si aspetterebbe. Vive la sua vita, questo è. La vive nelle mille donne che possiede sopra mille letti, la vive nel sesso che brama e riceve, la vive a fondo senza viverla mai, considerando tutti gli avvenimenti una parentesi intensa che si chiuderà con la vita vera, e quindi, finalmente lei. Per cui non deve scoraggiarci la leggerezza con cui prende le nozze di Fermina, né la sua bugia sulla sua verginità in attesa della sua donna: tutto è un duplice binario dai quali entrambi si osservano.

Sono destinati a trovarsi. Il resto? Incidenti di percorso.

Quello che è un destino già scritto- perché nessuno possa dimenticarsi che non si è mai abbastanza lontani per trovarsi, davvero, mai– per Delaura e Servia Maria è utopia fantastica, realizzata solo poche ore al giorno in una cella fredda e umida, che diviene il loro eterno e paradisiaco Macondo.
Con un po’ di fantasia, con un po’ d’amore, l’illusione poi.
Siamo 9 anni dopo con “Dell’amore e di altri demoni”, ma lei è piccola come Fermina, e in un mondo opprimente dove nessuno è libero lei lo è: solo lei e solo lì. Piccola e bellissima, la pelle bianca, quei capelli color dell’oro, gli occhi grandi da cerva impaurita, quel suo modo di essere tanto silenzioso da sembrare una creatura invisibile. Bellezza mai vista prima, per questo considerata insana, considerata malata e portatrice di rabbia. Si tenta l’impossibile o forse no per curarla: musica, fiori che riempiono la casa, tramonti sul mare, perché “non c’è nessuna medicina che guarisca quello che non guarisce la felicità”. E allora il padre la porta a vedere il mondo, le riempie il capo di ghirlande, le suona le più belle delle musiche. Ma allora padre, padre dimmi, mentono o dicono forse il vero le canzoni che tu mi canti, mentono o è verità quando dicono che l’amore può guarire tutto? E’ vero, bimba mia, è vero, ma farai meglio a non crederci, è vero ma non crederci mai, l’amore guarisce tutto.

E poi tra le coltri delle sue chiome ramate il Demonio davvero è in lei, davvero arriverà a farle dilaniare quello che prima era un parroco e poi un amante quasi elegiaco, piegato in due da quella chioma color del grano e da quella pelle che emana l’odore di cipolle, (ve l’ho detto, se avete qualche moralismo o robe sociali addosso non leggete Màrquez) elemento chiave anche in “Cent’anni di solitudine” nell’amore Pilar e Josè Arcardio. Rinchiusi nella cella del convento, a vivere di poesia e fantasia, scapperemo presto mia amata, ci sposeremo dea incoronata, e poi i giochi erotici, i corpetti slacciati e quel petto di bimba che il parroco adulto possiede con tutta la delicatezza del mondo- seta, verrebbe da direio finirò per abbandonarmi senz’arte a chi saprà perdermi e finirmi, nelle vostre mani sono venuto dove so che mi toccherà morire, Delaura dov’è finita la benda sull’occhio per il dolore dell’eclissi, Sierva non ne ho più bisogno, ora chiudo gli occhi e vedo ovunque una chioma dorata come riverberi del sole, Delaura che prende la mano di Sierva e se la posa sul cuore e..
Delaura che prende la mano di Sierva e se la posa sul cuore e

Lei vi sente dentro i fragori della brina invernale.
“Sono sempre così”. E senza lasciarle tempo le confida tutto il suo amore, il cibo che ha il sapore di lei, le notti che sono lei, tutto quanto fa è lei.
E ora? Sussura la bambina- bambina- con un timore misto a speranza.
“Adesso nulla, mi basta che tu lo sappia.”
Così. Bisogna immaginarselo detto con un sollievo profondo, il macigno dell’amore scardinato.
“Adesso nulla, mi basta che tu lo sappia.”

Chissà se protetti dalla deliziosa impunità del disordine collettivo avrebbero vissuto ore di totale libertà come fidanzati felici, arrivando a sospettare che l’amore potesse essere un sentimento più profondo e pacato della felicità sfrenata ma momentanea delle loro notti segrete.
Ma questo è tratto da Cent’anni di solitudine, ed è tutt’altra storia- forse no– che merita un Barnum a parte.

Il più bello, lo prometto.

 

 

A cura di Arianna Mariolini

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