Marina Abramovič e Ulay, l’arte della passione

Oggi vogliamo raccontarvi una storia d’amore.

Non si tratta di una storia d’amore qualunque, ma dei 12 anni di passione e di arte di Marina Abramovič e Ulay.

 

 

Marina Abramovič non ha bisogno di molte presentazioni.

Nasce il 10 novembre 1946 a Belgrado, nipote di un patriarca della Chiesa Ortodossa proclamato santo, figlia di un Eroe Nazionale e di una donna forte e severa perennemente impegnata nella vita politica di quella che, con Tito, era appena diventata la Repubblica Socialista Federale. Cresciuta a pane, patria e sacrificio, nel 1965 intraprende gli studi di pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Belgrado terminandoli nel 1972 a Zagabria.

Subito dopo inizia a insegnare e parallelamente a dedicarsi alla “Performance”: una forma d’arte che prevede che l’artista compia delle azioni davanti al pubblico che spesso è chiamato a interagire. Lo strumento che Marina Abramovič usa per trasmettere i propri messaggi è il suo stesso corpo, che viene spesso portato al limite della fatica e della sofferenza: lame che tagliano il suo ventre nudo, fuoco i cui fumi le fanno perdere i sensi, graffi, sangue, nonché violenze psicologiche e fisiche inflitte senza alcuno scrupolo dal pubblico.

 

Il 1976 è l’anno cruciale: l’artista, dopo essersi trasferita ad Amsterdam per la performance “Thomas Lips”, incontra Ulay.

 

Ulay è lo pseudonimo di Frank Uwe Laysiepen, artista tedesco nato a Solingen nel novembre del 1943. Il suo primo strumento comunicativo è la fotografia, tecnica adatta a indagare il tema dell’identità del corpo umano e del rapporto tra i sessi. Celebri sono gli scatti Polaroid appartenenti alla serie del 1973, intitolata “sHe” di cui è anche protagonista. Una parte del suo volto è ritratta al naturale: barba trascurata e sigaretta accesa, l’altra è truccata con cipria chiara e rossetto. Col tempo Ulay inizia a manifestare il proprio interesse per la performance: l’opera del 1976 “Fototot” (Photo Death), che pone in evidenza la perdita dell’individualità dovuta alla riproduzione meccanica della figura umana, ce ne dà testimonianza.

 

Subito dopo il loro incontro Marina Abramovič e Ulay decidono di vivere insieme e suggellano la loro unione scrivendo un manifesto programmatico valido sia per il loro amore, sia per le loro opere d’arte: “Art Vital” :

 

“No fixed living-place

permanent movement

direct contact

local relaction

self-selection

passing limitations

taking risks

mobile energy

 

no rehearsals

no predicted end

no repetition

extended vulnerabilità

exposure to chance

primary reactions”

 

-nessun posto fisso in cui vivere, movimento perenne, contatto diretto, relazione locale, autoselezione, oltrepassare i limiti, rischiare, energia mobile, nessuna prova, nessuna fine prevedibile, nessuna ripetizione, vulnerabilità estesa, apertura al caso, reazioni primarie-

 

La loro vita è nomade e il loro nido d’amore è uno strano furgoncino che gira per l’Europa. Marina Abramovič ricorda quei momenti con le parole “noi due, il cane, l’universo”.

 

A questo punto non possiamo non parlare di alcune tra le loro performance più celebri.

 

Breathing in / Breathing out. 1977

“Breathing in / Breathing out”: viene presentata per la prima volta a Belgrado nel 1977. I due amanti stanno inginocchiati uno di fronte all’altra con le narici turate da sigarette e le bocche vicine come in un bacio. In realtà non si tratta di un bacio ma di una respirazione bocca a bocca in cui l’aria che circola nei polmoni di una è la stessa che è stata appena esalata dall’altro. Due microfoni sui loro petti amplificano il suono della faticosa pratica, che dura 19 minuti. L’opera permette alla coppia di mettere in evidenza il rapporto simbiotico che intercorre tra uomo e donna, che se vissuto troppo pienamente può risultare deleterio per il benessere di entrambi.

 

Imponderabilia. 1977

 

“Imponderabilia” è una performance del 1977 svoltasi nella Galleria Comunale di Arte Moderna di Bologna. I due artisti stanno in piedi, nudi, uno di fronte all’altro all’entrata principale del museo, lo spazio tra loro è molto stretto e il visitatore non può entrare se non girandosi e passando di fronte all’uno o all’altra. La scelta è registrata da una telecamera. Il titolo della performance si riferisce appunto alla decisione presa dai vari visitatori che resta imponderabile fino al momento in cui essi davvero si mettono di lato ed entrano.

 

Rest Energy. 1980

Sono famosissime le immagini di “Rest Energy” 1980. Marina Abramovič e Ulay di nuovo stanno di fronte e mentre entrambi, in bilico, tengono un arco teso per ciascuna delle due estremità. La freccia punta dritta al cuore di lei. I battiti di entrambi riecheggiano nella sala, per via dei microfoni che hanno sul petto. Per 4 minuti e 10 secondi la vita di lei è letteralmente nelle mani di lui. Si tratta certamente di un’opera che parla di fiducia e abbandono ma anche di equilibrio e autocontrollo.

Le performance cui hanno dato vita sono state davvero molte, ognuna di esse ha richiesto molto alla psiche e al corpo di entrambi e più di una volta Ulay, volente o nolente, ha abbandonato la scena prima della sua  tempratissima compagna.

 

Ora, però, vogliamo ricordare l’ultima performance, quella che ha segnato la fine (o forse il coronamento) di quei dodici anni vissuti insieme.

1988, Grande Muraglia Cinese. Marina Abramovič cammina da Est a Ovest, verso Ulay. Al loro incontro un abbraccio, poi la separazione.

 

Passano gli anni, nel 2010, ormai famosissima, la Abramovič tiene una Performance al MoMA di New York: “The Artist is Present”. Vestita di rosso, siede di fronte a una sedia vuota e condivide un minuto di silenzio con lo spettatore che si siede di fronte a lei. Il rigore che ha accompagnato ogni incontro è sciolto quando sulla sedia appare Ulay, che, di sorpresa, prende parte al dialogo silente. Lo sguardo fisso e severo si carica di lacrime, inaspettatamente l’artista tende le braccia verso di lui, che le prende le mani.

Ci piacerebbe terminare così il nostro racconto, ma non è tutto. E’ fatto abbastanza recente (2016) che Ulay abbia vinto una causa contro la sua ex compagna, accusata di aver lucrato su opere d’arte che erano scaturite dell’ispirazione e della ricerca di entrambi.

 

Forse non è il lieto fine che ci aspettavamo dalla loro storia, ma è anche vero che quando si tratta di personalità come le loro non si può mai davvero capire come andrà a finire. Di sicuro, però, possiamo dire che è la loro natura così maledettamente folle e controversa a farceli amare così tanto.

 

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Maria Novella

Mi chiamo Maria Novella, sono una studentessa di beni culturali e faccio parte della compagnia teatrale "Via le Sedie". Arte e teatro sono le mie più grandi passioni.

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