Il nero di Edgar Allan Poe

Più volte ho scritto che amo trovare la rosa sotto le statue-che poi erano i cipressi, le rose e la loro bellezza sotto l’oscurità dei cipressi.
Il pelo nell’uovo, sì, ma piuttosto la pagliuzza dorata nel granaio.
Quella sfaccettatura inaspettata, che spinge alla curiosità ed è portatrice sana ed inavvertita di cultura, che pian piano va coltivandosi e crescendo (cultura dal verbo latino colere, coltivare).
Se vi dicessi Edgar A. Poe voi pensereste subito ai racconti dell’orrore e del terrore, di atmosfera prevalentemente gotica, e se avete quell’acume in più potreste citarmi Il gatto nero, Il cuore rivelatore, La maschera della morte rossa (solo per nominare i più famosi). E se vi dicessi “racconti neri”, subito a pensare allo scrittore statunitense dall’aria grottesca e con qualche pulviscolo inquietante nell’arco delle ciglia.
E allora sarebbe banale, magari banale no, ma semplicemente scontato, questo sì, parlare di ciò. Vi sorprenderebbe sapere invece degli amori di Edgar Allan Poe. Dei suoi batticuori, delle viscere che si annodavano, non per paura ma per colpa di qualche ricciolo segreto, di qualche occhio spudoratamente scoperto. Le cose belle andrebbero nascoste, se non altro per il rischio di non ferirci.

Questo sì che vi stupirebbe. Questo si che sarebbe un viaggio inusuale. Il coraggio e la ribellione dello scoprire per potere amare. E allora sì, vale la pena provarci, vale la pena seguire quella ragazza che corre, quella con quella chioma color delle more selvatiche mature, nere, nere, nere, chissà dove va, corri ragazzina, e corriamo anche noi.

Il nero di Edgar Allan Poe.

E tutti gli amori di una vita.

 

La ragazza dai capelli corvini si chiamava Virginia. Ragazza è poi un iperbole: era in realtà una bambina di soli 13 anni, e di quell’acerbezza possedeva le rotondità rinascimentali, il sorriso accennato, il passo che sembrava movenza di danza. Era cugina di Poe, e lui se ne innamorò, forse come mai, forse invece come un eterno ritorno scherzoso.
Lui aveva 26 anni all’epoca. Si sposarono, e lei si finse 21enne sulle carte, un po’ per gioco, un po’ per amore. Del loro amore poco si sa, se non che la sua fine decretò un peggioramento delle condizioni dello scrittore. Una sera, nel mese di gennaio 1842, Virginia mostrò i primi segni di “deperimento”, una condizione oggi conosciuta come tubercolosi: mentre stava cantando e suonando il pianoforte le si ruppe un vaso sanguigno in gola, e allo scrittore scricchiolò qualcosa nel suo vecchio cuore impazzito d’amore e di rabbia. Iniziò a bere più intensamente per via dello stress. Virginia morì il 30 gennaio 1847, la più importante ma non la prima delle donne che ricamarono con lutti impetuosi il sudario, che era poi la vita, di Edgar.

 

 

 

Vi era stata, per citarne una soltanto, una certa Elena Stannard- chissà di che colore aveva lei i capelli, mora selvatica o raggio di sole nel plenilunio autunnale- madre di un suo compagno di studi. Anche lei precoce risalì le scale dell’esistenza e si abbandonò al buio della morte- Inconsolabile per la morte della signora Stannard, dalle lettere si desume che per parecchi mesi si recò solo presso il cimitero, piangendo con le ginocchia sulla terra che copriva le ossa adorate la di lei morte. Ci andava soprattutto nelle notti di pioggia fitta, quando l’acqua scivolava lungo la schiena curva e magra, e quei ricci diventavano un unico impiastro su quella fronte alta. Piangeva, piangeva, e tra le lacrime nessuno avrebbe potuto dire quale fosse se mai il pianto per quell’amore che esistere non era esistito mai.
Costellavano così, di lutti, il cielo di Edagar Allan Poe, morendo ancora troppo belle, troppo giovani, troppo poco amate, con quelle labbra rosse ancora pallide, senza aver bevuto il sangue di cui andavano ghiotte. E così possiamo vederle ad una ad una, là, in una delle più belle poesie che Poe scrisse, dando più brividi che i suoi racconti del terrore:

Molti e molti anni or sono,
in un regno vicino al mare,
viveva una fanciulla che potete chiamare
col nome di Annabel Lee;
aveva quella fanciulla un solo pensiero:
amare ed essere amata da me.

Il tono si fa fiabesco, le rime non contano perché la prosa è in realtà poesia brada, stato grezzo e germinale ancora da scolpire, la singola parole diventa racconto, incipit sviluppo e finale tardivo, parola diviene poesia, identificazione precoce.

Io fanciullo, e lei fanciulla,
in quel regno vicino al mare:
ma ci amavamo d’amore ch’era altro che amore,
io e la mia Annabel Lee;
di tanto amore i serafini alati del cielo
invidiavano lei e me.

Sembra richiamare vagamente quel Catullo di anni or sono, quel Catullo che incitava la sua Lesbia: Vivamus atque amemus, mea Lesbia, e non dare il valore nemmeno di un soldo bucato a quei beceri vecchi, che criticano, laggù, lì senti, criticano e non sanno amare, Lesbia insegna loro l’ars amatoria, tra baci e carezze. Contro i portoni, dirà Prèvert, contro i portoni quei due ragazzi si baciano, stimolando la rabbia dei passanti, la loro rabbia, il loro disprezzo, le loro risa.

E proprio per questo, molto molto tempo fa,
in quel regno vicino al mare,
uscì un gran vento da una nuvola e raggelò
la mia bella Annabel Lee;
e così giunsero i nobili suoi genitori
e la portarono lontano da me,
per chiuderla dentro una tomba
in quel regno vicino al mare.

Gli angeli, molto meno felici di noi, in cielo,
invidiavano lei e me:
e fu proprio per questo (come sanno tutti
in quel regno vicino al mare),
che, di notte, un gran vento uscì dalle nubi,
raggelò e uccise la mia Annabel Lee.Ma il nostro amore era molto, molto più saldo
dell’amore dei più vecchi di noi
(e di molti di noi assai più saggi):
né gli angeli, in cielo, lassù,
né i demoni, là sotto, in fondo al mare
mai potranno separare la mia anima
dall’anima di Annabel Lee.
Mai, infatti, la luna risplende ch’io non sogni
la bella Annabel Lee:
né mai sorgono le stelle ch’io non veda
splendere gli occhi della bella Annabel Lee,
e così, per tutta la notte, giaccio a fianco
del mio amore: il mio amore, la mia vita,
la mia sposa, nella sua tomba, là vicino al mare,
nel suo sepolcro, sulla sponda del mare.

“Giaccio a fianco del mio amore: il mio amore, la mia vita, la mia sposa, nella sua tomba.”

I ricci appiccicati sulla fronte, là sotto una pioggia di mare: in ginocchio sopra le ginocchia del suo amore.
Dopo la morte, l’eternità dell’amore.

Una sola cosa potè risanarlo dalla piaga che lo aveva colpito: l’amore. Si guariva con ciò che lo aveva devastato, buttando benzina sul fuoco e bevendone per vederla sgorgare d’ogni poro.
Si innamorò di Elena Whitman, donna che fu una delle poche consolazioni dei suoi ultimi anni di vita. Era bella lei, con gli occhi scuri con la paura di morirci dentro.
Con la potenza erotica della donna crudele, senza via di scampo.

Nomen omen.

Ho premuto sulle mie labbra la vostra lettera tante e tante volte, dolcissima Elena, bagnandola con lacrime di gioia o di “celeste disperazione”. Ma io — che così di recente, alla vostra presenza stessa, esaltavo “il potere delle parole” — di qual valore sono ora per me le sole parole? Potessi credere all’efficacia delle preghiere al Dio del Cielo, vorrei inginocchiarmi, inginocchiarmi umilmente, in questa più fervida epoca della mia vita, inginocchiarmi invocando parole che potessero dischiudersi a voi, e potessero mettermi in grado di farvi vedere a nudo tutto il mio cuore. I miei pensieri, le mie passioni sembrano ora sommersi in un desiderio consumatore, il solo desiderio di farvi sapere, di farvi vedere quello per esprimere il quale non vi è voce umana; il fervore indicibile del mio amore per voi, poiché così bene io conosco la vostra natura di poeta, oh Elena Elena! che io sono sicuro, che se voi poteste soltanto guardare nel profondo dell’anima mia coi puri occhi del vostro spirito, non potreste fare a meno di dirmi quello, ahimè! che voi risolutamente lasciate inespresso. Mi dovreste amare anche solo per la grandezza del mio amore. Non è già tanto in questo freddo e triste mondo, l’essere amato? Oh, se io potessi almeno fare ardere nel vostro spirito il significato vero e profondo che io attribuisco a quelle tre parole sottolineate! Ma, ahimè! Lo sforzo è tutto vano e “io vivo e muoio inascoltato” […].”

Alcuni dicono che fu l’amore a portarlo alla morte. Altri che fu la poesia. Altri che, beh, furono entrambe le cose, innamorandosi di una poetessa. Elmira Royster Shelton. Fu fuoco e pioggia come tutto nella vita di Allan Poe, fiamma presto interrotta dal padre di lei per vecchi rancori nei confronti del padre adottivo di Poe (lo scrittore statunitense fu infatti adottato in seguito al decesso di entrambi i genitori biologici). La disperazione lo porterà a comporre il poemetto Temerlane, ma non solo: secondo alcuni giunse il 7 ottobre del 1849 fino a Baltimora per cercare quella fiamma che lo tormentava e che non si decideva ad estinguersi. Ancora una volta le viscere si contorcevano come un dannato colera, come un amore ai tempi del colera. Sempre secondo tale ipotesi finì nelle mani di alcuni sostenitori del partito Whig. Questi, dopo averlo sequestrato, picchiato e fatto ubriacare, lo avrebbero costretto a girare tutti i seggi elettorali della città per farlo ripetutamente votare a sostegno del partito (ogni volta con documenti falsi diversi) per poi lasciarlo in stato deplorevole. Venne ritrovato in stato di delirium tremens sulla banchina del porto di Baltimora. Ricoverato in ospedale, morì dopo qualche giorno probabilmente di emorragia cerebrale. Alcuni sostengono invece che Poe si trovasse a Baltimora per partecipare alle sedute di una setta esoterica di cui faceva parte, finendo poi vittima dei suoi stessi eccessi. La verità non la sapremo mai. A me piace pensarla per amore, proiettando nelle ultime ore del gotico statunitense l’ombra di una veste sfuggente, questa volta non morta troppo giovane, né troppo bella, né troppo assetata di labbra. Ma impugnando un coltello che si conficcò nelle viscere di chi, per amore, aveva sempre visto morire, senza morire mai.

 

A cura di Arianna Mariolini

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